22.12.11
E' nuovamente Natale
15.12.11
Il romanzo della vita
11.12.11
Quando leggi De Lillo dopo Wallace
3.12.11
La camomilla e Guccini
Continuiamo a chiacchierare per il tempo che sorseggio la camomilla, poi ci salutiamo.
Risalendo con l'ascensore verso la mia stanza, mi trovo a pensare che a volte la poesia ti viene incontro in modo insospettato.
17.10.11
Cronin, chi era costui?
11.10.11
L'instabilità è ovunque
5.9.11
Non sempre Schumacher
Dando per scontato che questi appassionati del volante siano tutti abilissimi guidatori, in grado di cogliere con congruo anticipo l'imprevisto che si frappone inaspettatamente davanti alla loro vettura lanciata nella corsa, sia esso un animale, un bambino o un rottame, mi soffermo su una sensazione che in queste situazioni sfugge a questo guidatore e che invece ritengo fra le più belle in assoluto.
Provate a guidare rispettando rigorosamente i limiti orari, provate ad osservare pedissequamente la segnaletica, che intima un divieto di sorpasso o una guida più prudente causa curve o cunette. In parole povere portate la vostra vettura a viaggiare ai canonici 90-130 all'ora o ai 50 orari cittadini. E provate a inserire nel vostro stereo della macchina una bella sinfonia di Beethoven o un Concerto di Mozart: di colpo vi troverete sollevati da terra, in pace con voi e con il mondo che vi scorre davanti, nel più suggestivo e poetico dei documentari.
Io ho provato e da allora ogni tanto me lo concedo, non intendendo rinunciarvi a favore di una frustrante imitazione di un mediocre pilota di Formula 1.
2.8.11
Tatuiamoci tutti!
29.7.11
Un teatro dei burattini
C'è invece dell'ammirevole e del poetico in tutto questo. Togliamoci il cappello ed assistiamo a questi spettacoli con deferente rispetto ed attenzione, augurandoci che non muoiano mai.
22.7.11
SMS senza ritorno
1.6.11
Il pericoloso Vadim
24.5.11
Auguri Bob!
Da tanto non esce con un disco memorabile (l'ultimo, Time Out Of Mind del 1996), ma lo spirito con cui ha immolato la sua vita per la musica lo rende un artista fra i più significativi del 20esimo e 21esimo secolo.
Senza di lui la mia vita non sarebbe stata la stessa.
Una parola importante
• agg.
1 Relativo all'attività pratica: pensiero ricco di contenuti p.
2 estens. Improntato a senso pratico, a concretezza, senza pregiudiziali ideologiche: atteggiamento p.; che bada al concreto, che guarda ai fatti: uomo, politico p.
3 filos., ling. Che attiene alla pragmatica
• s.m. (f. -ca) Persona dotata di forte senso pratico: essere un p.
23.5.11
Quale futuro per i bambini di oggi?
I dati sull'economia italiana non lasciano intravedere alcun segno di ripresa.
Il tunnel che abbiamo imboccato nel 2007 sembra ancora lungo e tristemente oscuro. Il problmea occupazione è drammatico, il mercato del lavoro è asfittico, molti giovani in possesso di pregevoli titoli accademici faticano ad incontrare aziende disposti ad assumerli. Il precariato cresce e con esso aumentano le difficoltà di creare nuove famiglie e di rigenerare la popolazione del Paese con forze fresche su cui investire, di rilanciare i consumi e di conseguenza gli investimenti industriali.
15.5.11
Casa Moravia
E' in salotto invece che si accede da una porta finestra ad una terrazza semicircolare, anch'essa elegante perchè non sfarzosa nè scenografica. Ma una terrazza comoda, vissuta, a misura di Moravia e della moglie del momento, la Maraini o la Llera. Il salotto era per i pomeriggi; alla mattina il lavoro della scrittura, al pomeriggio spesso un cinema o altrimenti gli incontri con gli amici in quel salotto, dove in un angolo si scorgono le bottiglie di brandy o whisky da offrire. Anche qui, un divano morbido in stoffa grezza e, poi, molte maschere africane alle pareti, a memoria del suo amore per quel continente.
12.5.11
Il carcere è l'unica via?
Certo, si dirà: è colpa sua che non ha disposto bene della propria libertà quando l'aveva.
Non ci sono tecniche meno cruente per consentire ad un criminale di maturare un intimo, profondo, saldo pentimento, per tornare infine a vivere veramente da uomo nuovo e non da lobotomizzato per le infinite ore di violenza fisica e psicologica subita?
11.5.11
Un funerale
6.5.11
Il mio the al limone
Se l'infuso del the debba avvenire nel bollitore stesso o in tazza è questione di gusti personali. Nel mio caso è la pigrizia a farmi propendere per quest'ultima strada, posto che, altrimenti, a lungo andare l'interno del bollitore verrebbe a macchiarsi in modo indelebile e soprattutto l'inserimento del filtro direttamente al suo interno comporterebbe una scomoda manovra esponendo la mano al bruciore del vapore.
Nel frattempo, tagliate una sottile mezzaluna di limone e immergetela nell'infuso, affinchè abbia ad aromatizzarsi. Attenzione a questa fase: molto spesso vedo baristi - o esperti di caffè... - prelevare uno spicchio di limone esageratamente grande e talvolta spremerne addirittura il succo, sicchè nel primo caso risulterebbe difficoltoso l'utilizzo del cucchiaino ed il successivo sorseggiare, mentre nel secondo il the assumerebbe uno spiacevole sapore acidognolo. Il limone, nella sua minuscola dimensione, deve dunque lasciare un delicato profumo che non sovrasti quello del the ma lo valorizzi esaltandolo.
Una volta rimosso il filtro dalla tazza, aggiungete da ultimo lo zucchero. Anche qui vale il discorso del limone: troppo zucchero renderebbe il the uno sciroppo quasi stucchevole. Un cucchiaino, massimo uno e mezzo, mi sembra invece il giusto equilibrio per mantenere intatto l'aroma delle foglie prescelte, senza tuttavia rinunciare al nostro fanciullesco piacere per le cose dolci.
Berrete infine il vostro the ancora caldo, al punto da non risultare bruciante per il palato, nè tiepido da risultare sgradevole nello scendere in gola. Accompagnarlo con pasticcini o biscotti al burro è poi senz'altro una scelta indovinata.
4.5.11
Un ricordo scolastico su Paolo Di Nella
Di Nella era un appartenente al Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile di destra che ha avuto fra i suoi aderenti anche l'attuale sindaco di Roma, Alemanno.
Il mio ricordo di lui è quello di un ragazzo taciturno, apparentemente più grande dell'età che aveva. Occupava un banco dell'ultima fila e talvolta lo scoprivi assorto su testi di carattere politico (ricordo un'edizione de Il Capitale di Marx). Ricordo anche, che era estremamente mite e gentile nel parlarci, quasi si sforzasse di trovare un canale di comunicazione con noi altri, da lui forse inquadrati quali ragazzi inesperti che poco potevano capire della profonda passione politica che accendeva il suo animo.
Perchè ci serve lo psicologo?
2.5.11
Giustizia è fatta
29.4.11
Quelle repellenti mani di forbice

20.4.11
Un altro cinema in meno
19.4.11
Moby Dick
Negli occhi dei bambini
18.4.11
Prova d'attore
"Libertà" di J. Franzen
E’ sempre emozionante imbattersi in libri importanti e indiscutibilmente belli. Quando gli occhi raggiungono l’ultima parola dell’ultima delle oltre 600 pagine che compongono “Libertà”, un senso di appagamento ti pervade. Sappiamo che a differenza, purtroppo, di molti libri che leggiamo, questa storia rimarrà per sempre dentro di noi, forse inconsciamente ispirando anche le nostre esistenze.Credo che Franzen con “Libertà” abbia composto il capolavoro della sua carriera. Ci auguriamo che molti altri romanzi di valore possano succedergli e che uno di essi possa smentirci, ma al momento di fronte a questa opera non è facile immaginare ulteriori margini di miglioramento.
La ricetta scelta dall’autore è strettamente imparentata con quella di “Le Correzioni”: un affresco familiare, che per il suo carattere di universalità acquista un tono classico, nel senso contemporaneo che si può attribuire a questo aggettivo. Proseguendo nella sua meticolosa analisi delle dinamiche interne all’istituzione Famiglia (oltre a “Le Correzioni” leggasi anche il racconto “Le Ambizioni” proposto di recente da Repubblica), Franzen arricchisce la sua personale commedia umana di un altro nucleo di coniugi con figli. La più universale delle famiglie, appunto.
Laddove però si poteva percepire quale unico difetto di “Le Correzioni” la rigida spartizione dei capitoli fra i vari componenti della famiglia, qui le varie vicende sono amalgamate e collegate in modo molto equilibrato, guadagnandone la tensione narrativa e il ritmo della lettura.
Al centro di tutto, ancora una volta, le difficoltà, il senso di routine e di stanchezza che può attanagliare i coniugi legati da un lungo matrimonio esponendoli al doloroso rifugio del tradimento; la fisiologica ribellione dei figli, bramosi di costruirsi il loro futuro in un mondo, però, che ne ostacola in tutti i modi il decollo. Di qui la controversa relazione con i genitori, fatta di conflitti generazionali ma anche di sotterraneo affetto, e di un profondo ed umano senso di dedizione filiale.
E’ magistrale il modo in cui Franzen tiene insieme le vicende dei personaggi e le sfumature psicologiche dietro le loro azioni/reazioni, soffermandosi sui rispettivi istinti di vita – sentimentali, lavorativi, sociali – e sui conflitti interni che da essi possono generarsi. Perché la “libertà” non è mai alla fine pienamente tale, essendo sempre circoscritta e condizionata dalle interazioni più o meno inconsce con quella degli altri familiari.
Sullo sfondo, eppure protagonista anch’essa del libro, l’ambientazione politico-economica del nostro secolo, la critica all’imperialismo Usa di matrice Bushiana e allo sregolato sfruttamento delle risorse naturali dei paesi meno sviluppati, l’attivismo per l’ecologia e la protezione dell’ambiente, talvolta fini a se stessi. Anche in questo caso Franzen è amaro nel denunciare l’apparenza della “libertà” di espressione o di azione: fra coloro che fanno la parte dei “cattivi” e quelli che agiscono da “buoni” regna infatti il compromesso nella forma più deteriore degli scambi di interesse; gli uni hanno bisogno degli altri per conseguire i propri obiettivi e guidare la società verso un ignoto futuro.
Eppure, nonostante il quadro non roseo che Franzen ci presenta, dalla lettura del libro si esce in qualche modo fiduciosi. Questo inno alla grandezza della debolezza umana ci suggerisce che da essa possa nascere l’esperienza, aiutandoci a sperare che un graduale, quand’anche lento, avvicinamento alla “libertà” sia ancora possibile.
14.4.11
Aereo o treno?
Ormai da tempo i treni ad alta velocità scimmiottano l'atmosfera business degli affollati voli fra le due principali città italiane. Distribuzione di un quotidiano gratuito, snack a bordo, hostess e steward più o meno gradevoli, annunci in doppia lingua e patinate riviste ad attenderti al tuo posto.
Personalmente fatico ad abbandonare il tragitto via aria. Sarà il minor tempo in cui si è costretti a subire le sollecitazioni dinamiche del viaggio, sarà la maggiore allegria che affolla gli aeroporti rispetto alle stazioni, in parte decadenti e maleodoranti, sarà il fascino che indubbiamente esercita il paesaggio visto dall'alto.
Ieri ho preso il treno dopo molto tempo che non lo facevo e di colpo ho capito che cosa me lo rende ostile: la sinfonia di squilli dei cellulari e delle assordanti voci dei businessmen che nulla fanno per mantenere una certa discrezione nelle loro conversazioni d'affari. Quest'invadenza mi infastidisce: non ho voglia di avere i resoconti delle ultime riunioni dei Consigli di Amministrazione o i dettagli dell'ultima causa patrocinata da eleganti avvocati in età ormai avanzata.
11.4.11
Cittadini del mondo
8.4.11
Scusatemi se non amo il jazz...
6.4.11
Scrittori classici e contemporanei
30.3.11
Società in divenire
25.3.11
Ad armi uguali
Sulle canzoni di rivolta
24.3.11
L'abito fa il monaco
In particolare faccio caso alle tipoogie di persone: gli uomini di affari altolocati, i rappresentanti di commercio, i giovani impiegati, i giovani dirigenti, i dirigenti vicini alla pensione, le donne manager. Poi negli orari più comodi compaiono i vip, le anziane signore, le mamme con bambini, le coppie in vacanza, e così via.
Notavo come ora i manager abbiano sostituito la normale borsa da viaggio con più sportivi zainetti da trekking. Capita così che sopra un abito gessato grigio, con l'orlo rigorosamente corto a scoprire tutta la scarpa (perchè fa molto finanza inglese...), sopra un trench rigorosamente firmato, penzoli dunque lo zainetto, probabilmente riempito con un cambio di biancheria ed una camicia.
Non dovrei, ma questa omologazione delle divise da lavoro e il poco coraggio nel non scegliere un abbigliamento che passi banalmente inosservato, è fra le cose che più detesto nei viaggiatori che incrocio. Forse più del tic nervoso con cui ormai continuamente tutti controllano lo schermo del proprio telefonino, sperando di trovarvi messaggi o chiamate cui rispondere, o del modo scomposto con cui occupano il proprio posto sull'aereo, invadendo braccioli e spazi di spettanza del vicino di poltrona.
22.3.11
La cacca di cane
Ma una cacca di cane guastò tutto. Con mira straordinaria, il bambino - lo sguardo distratto dai luccichii che lo circondavano - vi pose sopra un piede schiacciandola in una nauseabonda frittella. E goffamente anche l'orlo del pantalone andò a tingersi dell'olezzoso color marrone.
Il padre sfogò il suo disappunto sul bambino, poi prese a maledire i cani e i padroni dei cani e perfino le associazioni animaliste.
Qualcuno aveva lasciato che il proprio cane facesse i suoi bisogni in mezzo ad un marciapiede. Qualcun'altro aveva sfogato il suo disumano odio per questi.
15.3.11
La bicicletta
25.2.11
Un ricordo della Libia
Un’incredibile coincidenza ha voluto che mi recassi in Libia venti giorni prima che scoppiasse la violenta guerra civile che sta sgretolando il regime quarantennale del Colonnello Gheddafi.
Era la mia prima volta nel continente africano, appena un’ora e mezzo di volo. Eppure né una vacanza né un’occasione lavorativa mi avevano in precedenza spinto verso questa terra ancora così lontana dalla cultura dell’efficienza e del capitalismo, fortemente radicata in Europa, come negli Usa od ormai nell’estremo Oriente.
In Africa tutto deve ancora accadere. Anche quei Paesi che vantano uno sviluppo ed una ricchezza di rilievo, come il Sud Africa o l’Egitto o
L’arrivo del volo a Tripoli è rapido, eppure svela un paesaggio lontano, estremamente lontano dal nostro. L’atrio è scarno. I controlli dei documenti e dei visti è attento e meticoloso. Non quello dei bagagli, che vengono fatti passare sotto i raggi senza particolare attenzione per oggetti metallici o personal computer. Ci diciamo che forse sono le bottiglie di vino e i liquori l’obiettivo dell’ispezione. Una bottiglia di vino può costarti sei mesi di prigionia in base alle vigenti leggi. Una bottiglia di vino sembra che sia venduta al mercato nero ad oltre cento euro. Ci si abitua a tutto, anche alle birre analcoliche.
Esci dall’aeroporto e ti abbaglia un misto di sole e di riflessi sabbiosi. Tutto è color ocra o celeste. L’aria è dolcissima, soprattutto se vieni dalla rigidità invernale del continente europeo. Gli occhi cercano idiomi familiari, ma non ve n’è traccia. Giganteschi cartelloni pubblicizzano
Mohammed, il tassista che ci è venuto a prendere, è un giovane ragazzo al servizio di un piccolo proprietario che gestisce due o tre taxi. Per 20 euro ti conduce a Tripoli e con molto orgoglio ti regala una bottiglietta d’acqua minerale come servizio bar per il viaggio. La conversazione non tarda ad avviarsi. Mohammed conosce un po’ l’inglese e ci ripete più volte Welcome, Welcome. Con l’italiano è meno pratico, ma ci dice che alcune espressioni sono di uso comune (stranamente, molte legate alle automobili: cambio, sterzo, frizione), un retaggio del colonialismo italiano del passato. Ci racconta dei giovani libici che non trovano lavoro, ma anche dei molti giovani che non hanno voglia di lavorare. Così i medici o gli ingegneri vengono importati, perché è più comodo. Mentre i lavori più umili vengono lasciati agli stranieri, tunisini in primis. Lui è laureato – almeno così ci dice - ma guida il taxi.
Il paesaggio è arioso. Molte distese sterrate, piccole casupole di mattoni, molte diroccate chissà da quanto. Di tanto in tanto lungo il ciglio della strada, venditori ambulanti offrono la loro merce su un carretto. Bottiglie che paiono detersivi, ma anche bibite e caffé. Colpisce la quantità di cantieri edili aperti. Costruzioni destinate al popolo o immensi spazi finalizzati a centri commerciali moderni, che hanno però l’aspetto di cattedrali nel deserto tanto appaiono isolati dalle case, anche quelle ancora da costruire. Poi avvicinandoti a Tripoli l’edilizia si fa più fitta. Le costruzioni sono tutte simili e poco lasciano ad un’estetica architettonica. I negozi, l’uno in fila all’altro, si affacciano tutti sulla strada principale. Alle loro spalle soltanto viuzze che portano alle abitazioni. Dieci, quindici grattacieli svettano in lontananza. Alberghi internazionali e business center tentano uno sviluppo versa la modernità, però più di facciata che reale. Il tassista ci saluta cordialmente e alla richiesta di una ricevuta risponde con un cenno di attesa. Ce la consegnerà in un successivo tragitto già prenotato, presentandosi con un criptico biglietto blu dove l’unica cosa comprensibile è il numero 20 degli Euro che avevamo pagato.
Siamo sul lungomare. Il punto forse più bello di Tripoli. Le palme disposte in fila ai bordi della spiaggia.
Non ci sottraiamo ad un giro di ricognizione della città, stringendoci su un furgoncino che ci è stato riservato. L’autista stavolta non parla, ma dimostra una pazienza certosina nel districarsi in un soffocante e caotico traffico di autovetture. La benzina come il pane non costa praticamente nulla. Il regime li considera beni basilari e si fa carico in modo assistenziale delle esigenze del popolo. Il basso costo del carburante (10 centesimi di euro al litro) fa sì che tutti si mettano in macchina, anche per passare il tempo. Passiamo, così, ore in coda percorrendo a passo d’uomo le strade della città. Sfilano quartieri in stile italiano e palazzi di impronta araba. Macchine ovunque e pedoni che attraversano all’improvviso quasi a tentare un suicidio. E’ il Paese con più incidenti mortali al mondo. La notizia non mi stupisce. Così come ci dicono che la locale prassi prevede che chi commette un omicidio guidando, viene arrestato dalla polizia, spesso per preservarlo dall’ira della famiglia della vittima: tre giorni di tempo per far valere una sorta di diritto di rivalsa che può culminare anche nell’uccisione dell’incauto autista o di un suo consanguineo.
Quasi tutte le strade non hanno nomi né numeri civici. Ciò fa sì che non esista un vero e proprio servizio postale a domicilio e che tale funzione sia assolta dalle caselle postali presso gli uffici di zona. L’invio di notizie e documenti è in parte garantito dalle connessioni internet, che tuttavia sono alquanto precarie e non sempre funzionanti.
Ci raccontano che talvolta se in un ufficio gli impiegati hanno necessità di una pausa lavorativa, non fanno altro che staccare la spina dalla corrente di nascosto dai clienti, simulando una caduta della connessione del sistema informatico e tutto si ferma. Sembra più una antipatica diceria, ma il dubbio resta. Così come varcando la soglia di una banca non può non stupire l’assembramento di gente al bancone che si accalca per prelevare i contanti, senza il supporto di sistemi automatici di gestione della fila né tanto meno problemi di privacy.
Ci raccontano che la polizia effettui frequenti controlli fermando le automobili lungo
E’ un mondo semplice, molto istintivo e senza infrastrutture mentali, nel bene e nel male. E’ un mondo dove le leggi sono assai poche e molto basilari. Una società ancora articolata in tribù, nella quale le aggregazioni politiche non hanno motivo di esistere se non appunto in relazione all’appartenenza all’una o all’altra casta tribale.
Strano a dirsi però, è un Paese che naviga nel petrolio e quindi potenzialmente di una ricchezza notevole, anche perché soltanto il 20% dei giacimenti petroliferi presenti è oggetto di sfruttamento.
Effettuiamo una articolata ispezione della città in cerca di un edificio da affittare. Davanti ad ogni palazzo ci attendono il proprietario e l’agente immobiliare. Aprono la porta di accesso e notiamo che all’interno vive sempre un giovane abbastanza malmesso che svolge le funzioni di guardiano. Dorme su un materasso posto in terra. In un angolo è sempre presente un tappetino per
In una delle case visitate, sta ad attenderci il vecchio proprietario, costretto sulla sedia a rotelle perché privo degli arti inferiori. Ci accoglie con orgoglio nella sua casa. Ci tiene a dare la mano, uno ad uno, a ciascuno di noi e resta in attesa del nostro ritorno dopo la visita all’interno per avere le nostre impressioni. Quanta storia ci deve essere in quel vecchio uomo che si avvia verso la conclusione della sua semplice vita!
Girando per la città colpisce poi la pressoché totale assenza di donne. Queste trascorrono per lo più il loro tempo a casa accudendo
A pranzo mangeremo tutti i giorni al Caffè Saraia. Un insieme di pochi tavolini in metallo, dispersi su uno spazio esageratamente grande per le esigenze del bar. Spiedini di carni, abbastanza piccanti, che sanno di abitudini alimentari antiche e semplici. Pur essendo gennaio l’asfalto è tiepido per il sole che risplende con convinzione.
Ricorderemo per sempre una cena a base di pesce al mercato lungo la strada che esce dalla città lungo il mare. Tante bancarelle l’una in fila all’altra con sopra il pesce in mostra. Alle spalle di tale esposizione, semplici trattorie che cucinano su grandi bracieri quanto scelto alla bancarella. Ancora una volta sapori di riti semplici, di gente semplice. Sono quei sapori del branzino, della ricciola, del dentice che porteremo via con noi per sempre, decollando alla fine del nostro viaggio dall’aeroporto di Tripoli, dopo un’infinita serie di timbri sulle carte d’imbarco e misteriose procedure burocratiche di controllo.
Non immaginavamo che di lì a pochi giorni quella Tripoli, quella Libia, sarebbero cambiate per sempre, inondate da fiumi di sangue eroico e stravolte dall’epica violenza del parto della nascitura Democrazia.