29.12.08

La guerra a Natale

Il 2008 si chiude con una nuova fiammata dell'eterno conflitto fra palestinesi ed israeliani. E' arduo dire dove siano le ragioni e dove le colpe quando ormai da decenni proseguono le azioni di guerriglia da una parte e dall'altra, non permettendoci di ragionare in una logica di causa/effetto.
Risultato: centinaia di morti fra le milizie e decine fra i civili.
In questo orribile ginepraio, mi permetto di osservare come, nel 2008, il fatto che il popolo palestinese si veda ancora negata l'ufficialità di propri ragionevoli confini, è indecente. E' certamente disgustoso l'uso della violenza perpetrato dai capi palestinesi nel tempo. Ma è forse peggiore l'ottusa arroganza con cui una potenza economica e democratica come Israele continua a voler ignorare un problema che ha contenuti certamente concreti e difficilmente discutibili.
Quasi un'ingiuria contro la sacralità che quei territori, israeliani o palestinesi che siano, hanno nelle coscienze di una gran parte della popolazione mondiale.

22.9.08

Aromaterapia

Ho scoperto quali sensazioni di benessere possa offrire una seduta di massaggio aromaterapico.
Quella che per le civiltà orientali è una scienza praticata e studiata da secoli, in occidente è giunta come moda sull'onda dell'edonismo anni '80, del successo delle palestre e dei centri estetici.
E' un modo per scoprire quali e quante verità porti con sè la cultura d'oriente, quale sapienza si nasconda dietro gesti rituali apparentemente cerimoniosi ed esteriori. Lo yoga, la meditazione, la cura del corpo e dei suoi centri nervosi rappresentano discipline alternative che schiudono un mondo di sensazioni e di equilibri psichici cui non siamo abituati ma che possono esserci molto d'aiuto.
Un viaggio verso est potrebbe fornire l'occasione per svelare tali discipline e cambiare per sempre ed in meglio la nostra vita di stressati materialisti occidentali.

18.9.08

L'economia implode

Giorni drammatici che rendono ancor più mesto il ritorno all'attività dopo il riposo estivo.
L'economia mondiale prosegue nel suo stato di preoccupante flessione. I prezzi dei beni primari si impennano creando gravi problemi alle famiglie comuni. La leggerezza con cui le banche mondiali sono ricorse a strumenti finanziari all'apparenza sicuri e redditizi sta portando al fallimento le più importanti e storiche istituzioni creditizie internazionali. Lo spietato mercato della concorrenza e miopi scelte fatte in passato hanno pressochè azzerato Alitalia, oggi sull'orlo del fallimento e della messa in liquidazione del suo personale.
Tutto questo in uno scenario dove i persistenti e drammatici fenomeni di migrazione originati dai Paesi più deboli e la violenza sempre più inumana di frange disadattate della società richiedono ai cittadini una nuova capacità di adattamento.
Apparentemente tutto procede come sempre: le televisioni trasmettono i soliti programmi, la gente affolla i soliti ristoranti, i politici lanciano dalle pagine dei giornali i loro slogan inascoltati e dimenticati il giorno dopo, le popstar cavalcano il loro successo, ormai molto distanti dalle persone che erano una volta, i divi non si rassegnano ad invecchiare, i santoni predicano le false verità ed i creduloni abboccano.
Eppure, tutto quello che sta succedendo fa pensare che da domani per ciascuno di noi nulla sarà come prima.

14.7.08

Animi giovani

Ciò che dà splendore alla gioventù è l'illusione di immortalità che irradia.

10.7.08

Fra passato e futuro

Il futuro ci viene incontro con rapidità inaudita. Il passato lo lasciamo dietro e poi di colpo lo perdiamo di vista, tanto sembra lontano. Schiacciati dal presente, viviamo con ansia l'uno e con malinconia l'altro.
Questa prospettiva soffocante ci nuoce e va sovvertita. Il bene del passato deve costituire un valore permanente da portare dentro di noi nel futuro. L'ignoto del futuro deve essere un'incertezza governabile mediante le strade che imbocchiamo nel presente.
La spontaneità di un bambino e la sapienza di un anziano sono elementi che devono far sempre parte di noi, per non restare schiavi di ciò che siamo stati o impietriti per la paura di ciò che non saremo più.

30.6.08

Aeroporto di Olbia

Un pesante ritardo di un aereo in partenza è tra le esperienze più noiose che ricordi, costringendoti a vagare ore ed ore davanti alle impersonali vetrine che riempiono i lunghi ed asettici corridoi di uno scalo.
Ma ad Olbia l'aeroporto offre qualcosa di più e di unico. La possibilità di osservare centinaia di persone che si apprestano a far ritorno in città, anzi in continente, dopo una vacanza di mare in uno dei posti esclusivi d'Europa.
Colpisce soprattutto l'omologazione che accomuna il modo di apparire e di comportarsi di molti dei passeggeri che lo frequentano, certamente appartenenti ad una classe sociale abbiente ed abituata a codici esteriori ben definiti.
Spicca come si muovono, camminano, cercando la gratificazione dell'essere guardati, assetati dell'attenzione degli altrui occhi intorno. E non che non la meritino, considerata la loro estrema accuratezza nel vestire, l'attento studio di colori, acconciature, accessori, posture e gesti.
Non sono mai troppo giovani. I giovani sfoggiano con naturalezza la splendida seduzione della loro tenera età. Sono invece sfioriti, vissuti e nell'abbigliamento di tendenza cercano un'antidoto ad un'età che sfugge loro.
Ho contato, e ho perso il conto, gli uomini che avevano optato per un giovanile paio di pantaloni rossi. Ho contato, ed ancora mi sono perso, le donne artefatte che ancheggiavano attente a scorgere chi le guardasse. Ho contato, e non ricordo quanto, le famiglie che avevano trasferito sui propri figlioletti di meno di dieci anni la stessa ansia di esibirsi, costringendoli ad un abbigliamento da ventenni e più. Ho smesso presto di contare tutti quelli che si aggiravano al chiuso dell'aeroporto indossando occhiali da sole di ogni foggia, inspiegabile schermo ad una luce tutt'altro che abbagliante. E quanti yachtmen dai bermuda colorati, a lasciare scoperti i miseri polpaccetti da italiano in vacanza...!
Per carità, nulla contro pantaloni rossi, occhiali da sole o bermuda. Mi chiedo solo dove sia finita la profondità di pensiero e soprattutto la personalità che forse - quelle sì - ci si aspetterebbe da chi ha tutti i mezzi, anche economici, per coltivarle.
Andate a visitare l'aeroporto di Olbia in estate, merita. Un viavai di simili, ciascuno che legittima l'altro, rendendo lo scalo una parodia di se stesso.

29.5.08

La musica ci solleva

Ascoltare la musica ha sempre rappresentato per me un atto vitale e strettamente funzionale a varcare soglie percettive altrimenti invalicabili con la sola ragione. Soltanto la musica, quella che preferiamo, è in grado di colpire la nostra coscienza così in profondità da trasportarci in un'altra dimensione, spesso di piacevole euforia, talvolta di dolorosa malinconia.
E' diverso dal leggere un libro, esperienza affascinante per altri versi, o dal guardare un film, che ci può proiettare in una realtà virtuale. La musica è una azione-reazione istantanea, non filtrata dalla mente o dalle nostre sensibilità interpretative. E' un colpo di frusta che ti colpisce ed al quale non puoi opporti.
Spesso immagino quale sensazione sublime sarebbe se ci trovassimo in un ampio spazio aperto - che so, un campo di grano o una verde vallata - e la nostra musica preferita ci sovrastasse scendendo come pioggerellina dal cielo; non uno scroscio nè un piovigginare, ma un silenzioso cader di acqua, con le spire dei suoni, non troppo forti ma nemmeno impercettibili, a sollevarci in una inarrestabile ascensione.

26.5.08

La Commedia Umana di Balzac

Ogni volta che finisco di leggere qualcosa della sterminata produzione letteraria di Balzac, ne esco con la consapevolezza che nessun autore come lui ha mai più saputo rendere con tale forza e vivido tratto la complessità e la varietà dei caratteri e delle psicologie che compongono la moltitudine umana.
Il suo occhio si poggia su ciascuno dei volti di questa immaginaria folla, per restituirne i lati più nobili e quelli più meschini, come se dipingesse un immenso affresco del mondo di cui tutti noi siamo i protagonisti: la commedia umana, appunto.
Le trame sono secondarie. Sono umane storie d'amore, umane storie di denaro, umane storie di dolore e di morte. Ciò che risalta è invece la persona. Così fragile nella sua dimensione terrena, così imperfetta nelle sue contraddizioni e nei suoi limiti comportamentali.
Ma così vera che separarci da un libro appena letto ci addolora per quanti amici, conoscenti o finanche nemici, abbandoniamo in tal modo al loro destino.

15.5.08

Illuminati e mestieranti

C'è un delicato equilibrio fra impegno e leggerezza che determina il miracolo dell'arte. E' un filo sottile come quello di una lama, lungo il quale cammina chi si cimenta con una propria opera, sia essa musicale, letteraria o pittorica.
I negozi e le esposizioni straboccano di buoni prodotti confezionati sì a regola d'arte, ma privi del tocco di genio che nasce quando quel filo sottile viene teso e percorso da un lato all'altro di un'idea. Una manciata di illuminati che scendono in profondità per depositarvi il seme dell'impegno ma che poi si librano a pel di terra con lo sguardo leggero di chi sa estrapolare il senso semplice delle cose.
La restante moltitudine si compone di mestieranti. L'esercizio accademico di chi è più o meno abile ad applicare delle regole codificate, cosicché l'eccesso di impegno è volgare snobismo e l'eccesso di leggerezza un rifugiarsi nella comoda poltrona della mediocrità.
Unici ed eterni sono invece i pochi eletti, che governano con maestria il loro prezioso equilibrio compositivo, lasciando noi poveri mortali a rimirar tanta irraggiungibile leggiadria.

26.3.08

L'allarmismo dei giornali

Mi capita da tempo di provare fastido nello sfogliare un quotidiano al mattino. Interrogatomi sul perchè di tale sensazione, sono giunto alla conclusione che, forse più che in passato, i giornali di oggi danno maggiore spazio ad articoli a sfondo allarmante e quindi ansiogeno.
Sia che si parli di alimentazione o di prezzi che di PIL o di cronaca, il taglio che viene dato agli articoli è spesso rivolto ad attrarre l'attenzione dei lettori su un pericolo incombente, sul peggioramento di una situazione, su un progressivo disfacimento di presunte certezze.
Non so dire se questa mia sensazione sia fondata e se l'effetto sia voluto, volendo forse sospettare che la notizia negativa faccia notizia più di quella che conferma uno stato positivo. Elucubrazioni personali, forse. Ma vien da dire che i giornali avrebbero un grande potere energizzante sulla popolazione, consolidando la sua speranza nel futuro e la sua volontà di lottare per renderlo migliore.
Se il giornalista ragionasse su un fenomeno, quand'anche negativo, per trovare spunti di discussione che aprano ad un dibattito per costruire qualcosa di diverso, potrebbe generarsi un'energia virtuosa in grado di portare due, dieci, cento persone a ragionare su come quel qualcosa di diverso potrebbe essere realizzato o perseguito.
Soprattutto perchè il giornale spesso si legge al mattino. Il mattino è l'infanzia della giornata e, come per i bambini, gli stimoli positivi sono fondamentali per la crescita ovvero per i risultati che intendiamo ottenere fino a sera.
Tutto questo per dire che leggendo il giornale, la mia voglia di trovare in esso un amico sapiente ed illuminante è spesso frustrata dalla delusione di incontrare soltanto una vecchia comare che ci aggiorna con cattive notizie.
E' veramente tutto così negativo come ci vogliono far credere?

28.2.08

Una fotografia

Mi fermo innanzi ad uno scorcio che trovo incantevole.
Cosa ha di particolare mi è subito chiaro. E' vuoto di cose, eppure risulta pieno. E' un campo, un manto terroso predisposto a grano. Ma non è epoca di raccolto, fatto che non è ancora molto. Sicchè non sembra torba quella che invece lo è, ma un panno di fustagno.
La sua superficie occupa l'esatta metà del mio campo visivo. Una linea orizzontale che taglia l'immagine da sinistra a destra, ne delimità i confini, mutandola improvvisamente in cielo.
Noto il rapido passare di nuvole bianche e grigie. Il cielo è ricolmo di azzurro e di grigio. Ma non pioverà quel giorno, perchè il carico di umidità andrà a rovesciarsi a chilometri di distanza. Su quel campo, invece, le nuvole scorreranno veloci e la loro ombra accarezzerà silenziosa il terreno fino a sera.
Poi, là dove la terra si fa cielo, sorge una casa. E' bassa e larga. C'è spazio per una sola fila di finestre, tre sul lato più lungo, due sull'altro. E' bianca nelle mura e nei comignoli, marrone scuro il suo tetto. Emana la quiete che è propria delle opere secolari. La stessa quiete liberata da un ulivo che, solitario, affonda le radici in prossimità di essa. Due vittoriosi sul tempo, che dialogano con il silenzio di chi si è detto tutto e non necessita di altri suoni per comprendersi.
Il campo, il cielo, le nuvole, la casa, l'ulivo. Non c'è altro in ciò che vedo. Ma mi basta: è tutto.

11.2.08

Serve leggere?

Giorni fa un quotidiano sottolineava come la prevalenza della popolazione ed in particolare dei giovani non si dedichi alla lettura dei libri. Tale scelta sarebbe motivata con la considerazione che leggere non serve a nulla.
Ho letto molto in passato, ora lo faccio un pò meno, purtroppo. Il tempo a disposizione è molto poco e trovo maggior giovamento dagli stimoli che mi provengono dall'ascolto di un brano musicale o dalla composizione di una pagina scritta. Ma è una scelta che mi costa molto per ciò di cui mi privo.
Devo dire che mentre leggo, difficilmente mi chiedo a cosa ciò serva. Certamente, ai tempi in cui disponevo di una capacità di scrittura ancora in divenire, la lettura mi ha aiutato non poco a sbloccare lo stile ed a sciogliere il pensiero compositivo. Certamente, leggere serve quindi a scrivere.
Ma non possiamo fermarci a questo.
Leggendo affiniamo il nostro intelletto, lo abituiamo a confrontarsi con problematiche sempre diverse ed affrontate in differenti modi. Siano romanzi o saggi o documenti tecnici, in tutti i casi siamo chiamati a prendere atto di una situazione di partenza, a vederla svilupparsi per fatti o ragionamenti esterni e ad assistere a tale evoluzione sino alla necessaria conclusione, che, chiudendo il cerchio, sancisce una morale, un punto di vista, un'analisi, una tesi. Con ciò si arricchisce il nostro vocabolario di esperienze vissute ma anche osservate. In tal modo cresciamo, perchè l'uomo per sua natura con l'esperienza cresce .
Leggere sviluppa inoltre la nostra sensibilità, aiutandoci a interagire con il mondo e con gli altri. In fondo non siamo che i protagonisti della nostra storia di vita. La maestria degli scrittori di valore e la poesia che essi generano è tale che il nostro animo inconsciamente se ne nutre per poi sbocciare in una variopinta ed incantevole fioritura di emozioni.
Non sono che esempi e se ne potrebbero fare decine di altri.
Ma mi piace pensare che leggere serva soprattutto a resistere a quella vorticosa e nociva spirale che nella vita quotidiana ci porta a perseguire soltanto ciò che è materiale, che ha un ritorno, che produce ricchezza, che ci rende vincenti agli occhi degli altri, che ci rende dimentichi della nostra fragile caducità.

E' (ri)caduto il Governo

Gli anni trascorrono veloci, l'un dopo l'altro. La gente, le famiglie cambiano ed il Paese cambia con loro. Il Paese cambia, destreggiandosi a fatica lungo lo stretto viottolo che il succedersi dei Governi lascia a disposizione.
Chi fa le leggi, chi le cancella, e chi poi le ripropone. Alle poltrone di comando delle aziende e degli enti più importanti vanno e vengono persone, ogni volta diverse ed ogni volta ritenute quelle giuste al momento giusto. Queste investono, elaborano strategie, formulano obiettivi a medio termine e avviano la macchina per raggiungerli. Ma resterà un percorso monco, perchè nuovi Governi verranno e con essi nuove strategie.
In questo desolante panorama di ingovernabilità, io povero cittadino resto a guardare, disilluso e scoraggiato. Sempre più disilluso, sempre più scettico che l'uno o l'altro Governo possano dare al Paese un'immagine ed una solidità finalmente all'altezza della sua storia.
Io, povero cittadino, mi aggrappo all'utopia che illuminati statisti possano affacciarsi sul palcoscenico della politica, per confrontarsi e scontrarsi nel condiviso obiettivo di un'esaltazione di valori e principi morali. Senza i quali, tutto è perso ed inutile.

11.10.07

La poca percezione del sè

Ascoltando, come spesso mi capita, le lamentele di persone scontente della propria situazione personale e professionale, mi accorgo come molti non abbiano alcuna percezione dell'opinione che suscitano nell'ambiente circostante o nei loro interlocutori.
Penso si tratti di scarsa capacità di autoanalisi o poca disponibilità a mettersi in discussione. E forse non sufficienti doti di empatia.
Un primo caso riguarda le tante persone afflitte dalla logorrea. Quando mi trovo travolto da un fiume innarrestabile di parole e di concetti ripetuti quattro, cinque volte, se non il raziocinio almeno l'espressione afflitta e prigioniera del mio viso dovrebbe servire a suggerire a chi mi sta di fronte che l'insistenza nel trattare un argomento ha superato i limiti del buon senso.
Un altro esempio è rappresentato dalle persone che si ritengono dotate di capacità e stili comportamentali da portare a modello e che invece la generalità dell'ambiente circostante assolutamente non riconosce loro.
Ciò quindi determina una forte discrasia fra le giuste aspettative di questi e la disapprovazione che inaspettatamente ne ricevono in cambio.
Anche in questo caso parlerei di difficoltà a mettersi in discussione o a scendere da un piedistallo sul quale si è saliti ma senza l'incoraggiamento di nessuno.
Mi ripeto dicendo che è più faticoso di quel che sembri raggiungere una efficace e ragionevole interazione con il mondo circostante, ove la percezione di se stessi sia costantemente oggetto di attento monitoraggio e severo governo.

18.7.07

Tasse evase

Le difficoltà che incontrano le Autorità politiche e di controllo nel combattere l'evasione fiscale nei suoi diversi profili, rischia di ingenerare il dubbio che vi sia dietro la non volontà ed il timore di aggredire in termini concreti gli interessi di molte lobbies professionali e commerciali sulle quali si concentra il fenomeno dell'evasione.
Non sarebbe questa una vox populi, se non fosse palese sotto gli occhi di tutti e nel quotidiano che viviamo, la facilità con cui professionisti, artigiani, esercenti, tendono ad aggirare le norme tributarie, peraltro molto articolate e puntuali. E' quindi naturale spostare il problema dal lato normativo a quello dei controlli, massicci per le forze a disposizione ma comunque insufficienti a svelare un mondo purtroppo tuttora sommerso.
Il problema rischia di esplodere in termini di rivalsa sociale: un lavoratore dipendente, che subisce il prelievo alla fonte da parte del suo datore di lavoro fino a vedersi decurtata la propria retribuzione finanche del 50%, fino a quando tollererà un sistema che sembra impotente e in balia di tanti ladri? Nè è risolutivo abusare dell'impegno dei cittadini onesti nel denunciare le evasioni altrui, facendo ricadere sugli stessi l'onere di un trasparente funzionamento del sistema tributario,la cui responsabilità dovrebbe invece spettare alle Autorità a ciò preposte.
Se il problema è di forze umane a disposizione di tali Autorità, vista l'alta disoccupazione nel Paese non dovrebbe essere difficile individuare persone mediamente in gamba da retribuire con una minima parte di quanto da loro recuperato. Se invece, come penso, c'è una cronica difficoltà a sovvertire interessi di casta che sfociano nella politica a tutti i livelli, il tutto si riconduce ad un problema culturale e di valori.
Ancora una volta appare cioè indispensabile potenziare il sistema educativo e scolastico, al fine di porre i semi per una nuova classe politica, che non si renda complice di una spregevole sopraffazione di valori così elevati quali l'onestà e la democrazia economica.

24.4.07

Senza confini

Dapprima è stato l'interessamento, poi sfumato, da parte di un colosso americano delle telecomunicazioni per la società italiana Telecom. Poi, la candidatura dell'Italia, bocciata dall'organismo UEFA, ad ospitare l'edizione 2012 dei campionati europei di calcio.
Due episodi che hanno suscitato le ira di opinionisti e politici, amareggiati dal trattamento riservato alle cose di casa nostra, oggetto di poco apprezzamento da parte degli operatori internazionali.
Due ordini di considerazioni, l'uno più specifico l'altro più generalista.
1) Fatichiamo a renderci conto che la serietà ed il rigore riscontrabili in Paesi evoluti quanto il nostro sono ben superiori ai livelli da noi sinora raggiunti. Il nostro capitalismo è ancora fortemente legato a logiche politiche e di interessi di parte, in relazione al potere che tale capitalismo genera. Accettare una logica di mercato significa rispettare le regole del gioco, che regalano la vittoria a chi investe di più e meglio, non a chi trama in modo sotterraneo e mafioso.
Ed ancora, come si può essere così ciechi da non vedere l'immagine negativa che grava sul nostro ambito sportivo, dopo che violenza, corruzione e avidità hanno immarcescito l'ultimo refolo olimpico che l'antica Grecia aveva fatto giungere sino a noi? A chi dovrebbero assegnare un torneo prestigioso (ed anche remunerativo), forse all'Italia? Piuttosto, apprezziamo l'utopia di saperlo in mano ad un paese emergente, che ne potrà fare un'occasione per erogare risorse ai suoi abitanti e ricchezza per fragili aziende ancora in fase di industrializzazione.
2) Ma mi trovo sempre più spesso a ragionare di nuovi valori, di nuove geografie.
Quando mai sapremo superare la logica di Paese, di confine, di schieramento? Quando sapremo sentirci cittadini di un mondo unico, uniti tutti verso l'obiettivo di un'affermazione dell'Uomo in quanto tale e non in quanto bandiera di una nazione?
Tutto questo passa per un drastico rafforzamento dei poteri delle Nazioni Unite, ma richiede anche un processo mentale altrettanto importante, teso ad abbattere steccati politici, religiosi, di lingua e di cultura, per trovare nuovi equilibri che, poggiando su basi completamente nuove, puntino ad obiettivi più ambiziosi per l'umanità.
Non credo che sia totalmente utopistica questa posizione, forse futuribile questo sì. Sarà un dono che faranno alla nostra memoria le generazioni a venire, magari quelle dei nipoti dei nostri figli.

2.1.07

In morte di un dittatore

Non essere banali nel manifestare contro la pena di morte non è facile.
Allo stesso tempo, argomento che si presta a molteplici riflessioni e di difficile trattazione. Punto di incontro tra pacifismo, ateismo e religione ma anche punto di dissenso fra religioni. Strumento involuto in mano a società iperevolute o strumento non ancora evoluto in Paesi involuti.
E' allora più facile limitarsi ad uno sfogo.
Dove troviamo il pudore di guardare gli occhi di un uomo al quale stiamo (noi tutti) per togliere la vita? Quale autorità legislativa può sancire la liceità di un omicidio, sia pure relativo ad un dittatore reo di crimini contro l'umanità?
Al comune uomo onesto pare di una durezza insopportabile la pena dell'ergastolo, della libertà negata a vita. Fatichiamo a trovare in essa un senso, giudicandola eccedente qualsiasi sia la colpa da espiare. Ergastolo o pena di morte recano in sè l'aberrazione che scende sull'uomo quando questi usa il raziocinio o ancora peggio il suo sapere legislativo per privare per sempre un suo simile della libertà e della vita.
Eppure c'è chi attribuisce un valore ancora attuale alla legge del taglione, frutto di civiltà ed epoche in cui l'uomo stava ancora compiendo il suo percorso evolutivo che lo ha poi portato a distinguersi nel regno animale, ispirato quest'ultimo a principi di istinto e non di razionalità.
C'è chi ritiene che lo Stato abbia il dovere di estirpare dalla società i criminali mediante la soppressione fisica.
C'è chi sottovaluta l'urgente necessità di promuovere il risanamento dei fattori economico-ambientali, storici, religiosi, culturali che conducono a tale atteggiamento criminale.
Spero che gli stessi almeno non fingano di non sapere che coperto dalla mascherina nera del boia c'è anche il loro volto e che la mano che dà corrente ad una sedia, che inietta la morte ad un condannato, che gli spalanca la botola degli inferi, è la loro.

14.12.06

Correnti di pensiero

L'editoria, Internet, i dibattiti televisivi, il palcoscenico della politica offrono l'occasione a molti di esprimere la propria opinione su fatti e opere che riempiono le nostre vite. Il popolo dei Critici si sforza di ricavare da tali fenomeni linee di interpretazione da proporre al fruitore, il quale rischia però di perdere la capacità di trarre le sue personali considerazioni da ciò che ascolta, guarda, vive.
La libertà di analisi e la possibilità di provare piacere o dispiacere a fronte di un'opera o di un evento escono come fuorviati dalla chiave di lettura che i critici forniscono per la predetta fruizione, così che tutto sia sempre ridotto a categorie, generi, presunti geni, veri geni o più semplicemente a correnti di pensiero.
Ben altro è il contributo che un critico può dare nello stimolare la riflessione, suscitando dubbi o incertezze, ed astenendosi invece dal sentenziare verità assolute che in realtà sono tali solo per lui.
In tal modo lui stesso può aiutare lo spettatore o il lettore a trovare ciò che di valido o di sgradito una data opera ha, rispetto ad un'attesa che fortunatamente resta assolutamente individuale ed unica.

23.10.06

L'arte del quotidiano

Se si è artisti, ed è in gran parte un dono di natura, si ha la fortuna di ricavare dalla propria arte la sublime sensazione di riuscire ad avvicinarsi all'assoluto, afferrando quello che un pò retoricamente si potrebbe definire il senso della vita. Per l'artista la creazione di un'opera costituisce un fine: quando essa viene a compimento, si completa un viaggio sovranormale che mira a sfiorare le soglie della percezione e a sublimare i sensi. Beninteso, le opere d'arte sono molte meno di quelle che si vuole ritenere tali, ma che spesso non sono che degli ottimi prodotti di un artigiano rivolti al mercato dei cultori.
Per noi comuni mortali, l'opera d'arte non può che essere un mezzo per raggiungere le stesse vette. Dovendo dirci grati all'artista, ne sfruttiamo la visione per cogliere il barlume di assoluto che il suo lavoro ha carpito. Ho scritto "cogliere", ma forse avrei dovuto usare la forma "tentare di cogliere", giacché non è sempre facile nè immediato risalire alle fonti dell'ispirazione di un'altra persona.
Però, dov'è che anche un essere comune può ritrovarsi artista? Nel ricavare dalla propria vita delle visioni che lo illuminino d'immenso, degli sprazzi di assoluto che gli rendano chiaro il senso della vita. Penso alla dolcezza di un ricordo, allo splendore di un panorama, alla nobiltà del crescere un figlio o un'amore; penso infine, alla cristallinità e all'essenzialità dei valori cristiani, obiettivo ultimo di uno sforzo quotidiano che senz'altro tende all'assoluto.
Farsi sfuggire gli attimi in cui nel quotidiano tale assoluto ci si rivela: questo è un delitto imperdonabile e che distingue il vivere dal sopravvivere.

12.10.06

La saggezza popolare

Non sempre una maggiore finezza intellettuale implica un comportamento più appropriato alla circostanza.
Molto spesso trovo nelle persone più semplici una facilità e una lucidità di analisi e di azione che sono ammirevoli.
Nella valutazione di una situazione, ragionare in termini più grossolani può aiutare a soppesare le variabili principali del processo decisionale, dalle quali far scaturire la soluzione più di buon senso.
Perdersi nei rivoli delle sfaccettature e dei problemi minori distoglie la concentrazione e può - e sottolineo "può" - condurre a scelte errate.

22.9.06

La vanità maschile

Che la società moderna stia evolvendo verso modelli che esaltano il culto dell'apparire non c'è dubbio.
In primo luogo la televisione. Soltanto l' "esserci" sul piccolo schermo dà prova di un'esistenza meritevole di tale nome. In televisione subiamo l'esplosione dei "reality shows", dei format, palcoscenici simil-reali sui quali gente famosa ma anche comune si mette in mostra, esibisce i propri pregi/difetti comuni per rivitalizzare o raggiungere una notorietà altrimenti impossibile. Sui giornali si affollano interviste a personaggi più o meno noti che cercano di scioccare, colpire, distinguersi. Per strada, la moda sfida limiti un tempo impensabili, alla ricerca della provocazione continua o dell'effetto immagine da imitare.
A tutto ciò ormai ci siamo, purtroppo, abituati. Sono fasi evolutive inevitabili che recepiscono - con ritardo provinciale - mode d'oltreoceano, a loro volta indotte da logiche consumistiche e capitalistiche occidentali (ormai non solo).
Si può condividere o meno quanto sopra in base alla propria coscienza personale, alla propria cultura, ai propri ideali e valori. Fa parte della varietà umana, che in fondo rappresenta la ricchezza della nostra specie.
Ciò che mi colpisce è tuttavia come in questo quadro, l'uomo, inteso come essere maschile, abbia perso ogni sicurezza in se stesso e come abbia bisogno di accorgimenti estetici ed esteriori per sentirsi accettato nella società.
E' palese come gran parte di noi riproponga abbigliamenti, accessori, orologi costosi, pettinature, macchine, persino tatuaggi, ritenendoli indispensabili per un profilo da "vincente". Ed è abbastanza evidente come tali abbigliamenti, accessori, etc. etc. siano poi soltanto finalizzati a facilitare le operazioni di seduzione e conquista di un essere femminile. Il quale ultimo evidentemente si dimostra recettivo a tale nuovo tipo di linguaggio estetico maschile.
Pensare che per molti uomini non ci sia altro che questo ripetitivo e ridicolo effetto di azione/reazione, apparenza/conquista, lascia dubitare della possibilità che si torni un giorno a comportamenti maschili più ingenui, sbadati e spontanei, e che si abbandoni la vanità che ha invaso le nostre menti e che molto poco ci appartiene.

25.7.06

La fatica della concentrazione

La concentrazione è una capacità intellettiva e fisica determinante nella qualità del nostro operato. Istintivamente il nostro corpo nell'agire tende a riproporre atteggiamenti ed a produrre sforzi su livelli analoghi a quelli già raggiunti in precedenza. L'età che avanza riduce le energie mentali, indebolisce la memoria e nel contempo accresce i problemi, le ansie, così appannando le energie creative e il vigore innovativo. Nel tempo l'acquietarsi di tali stimoli vitali colloca l'uomo su un piano di benessere raggiunto, dal quale fatica ad allontanarsene. Lo sforzo di cambiare o di creare sembra non valere il risultato che si prefigura, lasciandoci attrarre da obiettivi di livello inferiore ma più certi.
La rivoluzione è dei giovani, i capolavori artistici sono spesso il frutto di menti ancora in crescita e non sazie. La forza della rabbia è di chi non è ancora rassegnato.
Eppure, faticare per concentrarsi su un obiettivo o su un'idea è un impegno che può condurre l'uomo ad elevarsi su una dimensione superiore, consentendogli di percorrere ambiti ancora inesplorati o di conseguire mete di assoluto rilievo.
Dobbiamo lottare per difendere questa capacità di concentrarsi per raggiungere ciò che altrimenti lasceremmo disperdersi perchè apparentemente troppo lontano.

10.7.06

L'Italia del calcio è campione del mondo

Contro le previsioni e nonostante le pesanti accuse che tuttora pendono su arbitri, dirigenti e calciatori a seguito di presunti illeciti legati al campionato italiano, la Nazionale ha conquistato ieri sera il suo quarto titolo mondiale superando in finale la Francia.
La Coppa del Mondo di calcio si conferma un evento mediatico che va al di là delle infuocate domeniche per l'assegnazione dello scudetto e che raduna, davanti ai teleschermi delle case, delle piazze o finanche negli uffici, accanite platee di amici, parenti o colleghi accomunati da una sorprendente passione di bandiera.
Poche cose, forse nessuna, fermano un Paese come le partite della Nazionale in un campionato del mondo di calcio, nè le tragedie del terrorismo, nè le gioiose ricorrenze delle festività o delle ferie. Soltanto questa manciata di partite ha invece tale potere: i punti di vista personali scompaiono, la politica si ferma, le abitudini consolidate mutano, il senso del dovere si acquieta, la produttività economica può aspettare.
E i giocatori tornano ad impersonificare i nostri eroi di un passato che si credeva scomparso, lo sport recupera la sua natura e i suoi valori di purezza e lealtà. I giocatori e il pubblico insieme interpreti di una rappresentazione che sa emozionare e coinvolgere come poche.
E' ancora lecito sognare per novanta minuti.

9.5.06

Ciao Grant!


Like a ghost, a ghost of something old, it's cold and dusty in here.
Just twenty years and six feet down I'm told, I know your face I share your name.
In the dark when shadows have their way, a finger's a chimney and the moon's on fire.
Then sleep arrives, he's got his bags and wares, the dragon sleeps and St. George stares.

You won't write, no you won't write, that's all I ask, that you just write.
And you say no, that you can't speak, you've lost your voice, you let it go, you let it go.

Like a ghost, a ghost of something old, it's cold and dusty in here.
It's in your hand, it suits just like a glove, the finger traces the lines of love.
It's cold and dusty in here.
Someone you knew is watching you. I'm someone you knew.

(G. McLennan/The Go-Betweens - Dusty in here, da "Before Hollywood", 1982)

5.5.06

Visi che cambiano

Vengo a sapere che una bambina di una periferia brasiliana, vista in una foto di qualche tempo fa, ha oggi i tratti del viso quasi irriconoscibili causa i violenti metodi educativi del padre.
Episodi come questo, purtroppo frequenti, scompaiono nell'oblio di realtà emarginate che fanno della violenza un gesto scontato e quotidiano.
Dobbiamo fare di più per questi drammi.

8.3.06

Quando non servono i giornalisti

Riconosco di non avere molta stima per i giornalisti, o meglio per una parte di essi. Mi riferisco a quelli che con spregiudicatezza 'abusano dello spazio di visibilità che detengono in società, ignorando elementari regole di senso della misura, di opportunità, di moralità.
La potenza che tutti giustamente riconosciamo ai mass media ha effetti devastanti ove se ne faccia un utilizzo scevro da norme di comune buon senso.
E' evidente che la linea di un giornale risponde a logiche commerciali e queste ultime a logiche assolutamente di massa: il lettore medio legge per informarsi, ma anche per svago, per curiosità. Cerca la giusta dose di cronaca nera, resta attratto da dibattiti politici urlati con toni da bar dello sport, nè può fare a meno della cronaca sportiva resa in toni da politica.
Se solo ci si soffermasse di più a riflettere che molti di questi articoli sono del tutto inutili e fini a se stessi, costruiti attorno a fatti strettamente di pertinenza degli interessati e non del mondo intero, se soltanto si ponesse un argine al dilagare di tanto cattivo gusto, se soltanto un editore si limitasse a proporsi come esempio di giusta misura nei confronti della società civile, senza farsi strumento nelle mani degli urlatori che l'hanno avvelenata (siano essi politici, opinion leaders o personaggi televisivi), beh allora qualcosa potrebbe forse finalmente cambiare....!
Come al solito, fa comodo a molti non far evolvere la società di massa, il suo senso critico, i suoi gusti. Paradossalmente, con il passar dei decenni, con il progredire di scienza e tecnica, con il più diffuso benessere, con le conquiste della medicina, a regredire è solo la coscienza umana e la capacità di tirare su il collo ed emergere dal magma informe delle teste chine.

6.3.06

Il lampo di Jean Vigo

Si può morire a 29 anni di tubercolosi dopo aver diretto una manciata di cortometraggi ed un unico lungometraggio e, comunque, entrare nel Pantheon del cinema.
La breve vita di Jean Vigo è segnata da sentimenti di sincera passione. Passione politica, ereditata da un famoso padre anarchico morto in carcere. Passione sentimentale, nutrita per la moglie Lidou (Elizabeth), malata come lui e conosciuta nella triste esperienza del sanatorio. Passione cinematografica, di cui sono pervase le scene delle poche pellicole girate, tutte ispirate da sentimenti puri, siano essi di satira sociale (A propos de Nice), di stampo pedagogico (Zero de conduite) o poetico-romantici (L'Atalante).
La sua breve esistenza è riuscita con rabbia a raccogliere tutto quello che può dare la vita. E non dilunghiamoci troppo a rammaricarci di quanti e quali altri gioielli Vigo avrebbe potuto creare se la salute fosse stata con lui più benevola.

10.2.06

L'amico americano

Ero ancora poco più che un bambino, quando i miei mi portarono ad un cinema di provincia a vedere Provaci ancora Sam con Woody Allen.
12-13 anni forse, pochi per apprezzare lo spiazzante humour del regista americano. Eppure quel pomeriggio mi è restato nella memoria, ed il film pure. L'ironica e normale quotidianeità delle vicende narrate da Allen già da allora suscitò in me la sensazione di qualcosa che faceva star bene, che teneva compagnia.
Da allora, film dopo film, questa sensazione si è sempre riproposta. Il calore che emanano le trame dei suoi film, le musiche, i volti, gli straordinari dialoghi così frettolosi e frastagliati, ma così veri e raffinati, tutto questo mi fa sentire Woody Allen come un amico americano che periodicamente torna a farmi visita.
Anche questo è il bello del cinema e del sogno che provoca. Il piacere fisico di immergersi in trame e situazioni che si vorrebbero vivere, in cui ci si vorrebbe muovere.
Circa un paio di anni fa ho avuto la fortunata sorte di partecipare ad un rinfresco tenutosi a Roma in suo onore a conclusione di un fantastico concerto al clarinetto. Vederlo lì a pochi metri in carne ed ossa, eppure come se si muovesse su celluloide, ennesimo personaggio di un ennesimo suo film, tutto questo ha dato concretezza a quel mio sogno.

23.1.06

Un figlio

Un figlio è una parte di noi che si stacca dal nostro corpo e acquista vita propria, cosicchè soffriamo e gioiamo per lui come patiremmo e ci rallegreremmo per qualcosa riguardante la nostra persona, ma a ciò aggiungendo la distanza fisica che inevitabilmente amplifica tutto ciò che muove fra due distinte anime.

20.1.06

Degenerazione morale

In epoche di scandali come questa od altre più lontane, si rinnova il senso di sbigottimento derivante dal notare quanti individui violino le più basilari norme della società civile e con quale facilità lo facciano.
Gli dei del passato si chiamavano Giove, Apollo o Minerva e influenzavano il comportamento degli umani al pari di come oggi, Potere, Denaro e Vanità ne annichiliscono qualsiasi rigore morale o principio etico di rispetto del prossimo e della res publica.
Per fortuna si tratta di una piccola fetta della imponente massa di popolazioni che abitano le terre di questo pianeta, ma preoccupa per le sue profonde connessioni con Istituzioni, Multinazionali e Aziende, che del benessere della società dovrebbero essere forze trainanti proponendosi quali esempi di sano mercato.
Ma grandi colpe ricadono anche sulla gente perbene.
L'inerzia con cui ciascuno di noi vive la propria vita di benessere e salute, valorizzando affetti privati e sacrosanti successi personali, ci allontana da un impegno civile e politico che porti i valori etici a prevalere sul male e sugli squallidi traffici dei faccendieri di miserrimo animo.
Le rivoluzioni si vincono con il sangue. Non il sangue della violenza, certo, ma il sangue della resistenza intellettuale, del'opposizione al plagio quotidiano, dello sforzo di chi contro ogni tempesta deve portare alta la bandiera del rigore morale.

18.11.05

Amicizia o compagnia

Disquisire su temi così elevati come l'amicizia rischia l'impantanamento in sterili luoghi comuni o banali affermazioni di superficie. Vale la pena farlo?
Il tentativo nasce dalla considerazione credo indiscutibile che il significato di amicizia sia estremamente soggettivo e legato al grado di attesa che tale forma di affetto esercita su di noi.
Incontrerete molti che si vantano di un'agenda fitta di numeri di telefono di amici, parlerete con altri che si dicono orgogliosi dei due, tre veri amici per loro imprescindibili.
L'amicizia oscilla fra i due estremi della compagnia da un lato e del confidente dall'altro. Si potrebbe quindi dire che l'amicizia è un continuum misurabile su una scala graduata dalla quale selezioniamo le persone che in un dato momento meglio rispondono alle nostre esigenze di dialogo e comunicative.
Personalmente, tendo ad attribuire alla parola amico un senso profondo. In un amico mi piacerebbe trovare l'intuito nei miei confronti e verso le mie esigenze. Qualcuno che sappia manifestare un suo interesse per la mia persona, che mi aiuti a vivere al meglio, anche criticandomi. Mi sentirei disponibile a ricambiare con lo stesso ascolto e la medesima partecipazione emotiva.
L'età che avanza ci irrigidisce nei nostri stili di vita ed esaspera le differenze caratteriali, riducendo tolleranza e comprensione. Ecco perchè le più belle amicizie risalgono all'adolescenza, quando ancora l'ingenuità ci porta a dare tutto di noi per alcun tornaconto.
L'amicizia viene poi sostituita da un più tiepido "accompagnarsi", condividendo occasioni di svago e tempo libero. Sentiamo la fatica della vita e una maggior fatica nel caricarci anche la fatica della vita degli altri.
Ecco perchè gli amici che si ritengono veri, vanno coltivati come rami di una delicata pianta da potare ed innaffiare, affinchè non inaridiscano e non perdano quella fragile e preziosa linfa vitale che li sostiene.

Une visite au Louvre

Mediometraggio/documentario di Straub che si sofferma su un gruppo di tele esposte al Louvre.
Veronese, Delacroix, Courbet ed altri, forniscono la materia al regista per rappresentare un'immaginaria riflessione di Cezanne sulla loro arte pittorica. Straordinaria profondità nel discernere la vera arte immaginifica dalla fredda bravura della rappresentazione decrittiva.
Da vedere, unitamente ad un altro capolavoro del genere, Arca Russa (regia di A. Sokurov), ambientato nell'Hermitage di San Pietroburgo.

17.11.05

Roma e Milano

Sarà che lentamente andiamo abituandoci a ragionare in chiave di Europa unita e di moneta unica, è comunque innegabile che il campanilismo che ha sempre contraddistinto molti ragionamenti comuni e che così tanta carica agonistica dà ai principali campionati sportivi italiani, ha sempre meno ragion d'essere. Sentirsi espressione di una città piuttosto che di una Regione o anche di una nazione, poco conta rispetto alla maestosità che esprime l'essere umano come parte unitaria dell'umanità.
Ugualmente, confrontare due città si presta a rapidi valutazioni comparative a detrimento dell'una o dell'altra, in ragione di nostre conscie o inconscie preferenze, origini o patriottismi. Ma se invece si provasse a ragionare in termini più completi si potrebbero apprezzare le ovvie differenze come espressione di una tipicità locale comunque meritevole di essere salvaguardata e valorizzata.
Milano e Roma sono città emblematiche in tal senso: storicamente rivali, climaticamente opposte, sociologicamente antitetiche. Due città vive e quindi magnifiche.
Piace di Milano il suo essere parte della mitteleuropa, di respirare la cultura transalpina o germanica, la sua finezza di stili e modi che nasce dalle dinastie che hanno influito su quelle terre. Piace la sua discrezione, la sua capacità di equilibri emotivi e la sua razionalità. Piace il senso civico che la pervade o a cui comunque tende. Piace il senso di riservatezza che scherma i rapporti umani, evitando chiassose ingerenze e commistioni nei fatti degli altri. Tante altre cose piacciono meno, ma va bene così. E' un tutt'uno inscindibile.
Roma mi attrae per la sua imperturbabilità, per il sorriso sempre ironico che rende pazienti i suoi abitanti. Si eleva per il sussurro della storia che aleggia perennemente fra i ruderi assolati. Diverte per il bisogno di condivisione che porta le persone a raccontarsi apertamente. Piace la volontà di fare, unita alla pigrizia del rimandare. L'elefantiaco ritmo lavorativo dei Palazzi dello Stato e la profonda dignità propria dei loro piccoli lavoratori di tutti i giorni. I parchi che potrebbero essere ancora più belli ma senza i quali i cittadini si sentirebbero prigionieri del cemento e dello smog. La dolcezza della brezza marina che proviene dai lidi circostanti. Ostia, Fregene.
Se si smettesse di fare superficiali schematizzazioni ma si lavorasse per valorizzare ciò che di bello ogni città e ogni popolazione possiedono...

12.10.05

Chiesa e Divorziati

Si accentuano i disaccordi all'interno delle gerarchie ecclesiastiche sul rapporto tra i divorziati e l'osservanza del sacramento della Comunione.
E' un tema fra i tanti che impegnano la Chiesa nel suo quotidiano confronto con la società civile e l'evoluzione dei costumi della collettività. Contraccezione, Divorzio, Coppie di fatto o omosessuali. Temi molto seri e molto complessi da affrontare, volendo ricercare una soluzione che sia regola lineare ed univoca.
Sono temi che dividono la collettività dei credenti, la quale è giocoforza e a vario titolo toccata dalla complessità e dalle difficoltà del vivere quotidiano. Esperienze molteplici, tutte diverse, che mal si attagliano a indirizzi netti e drastici.
Ma la Chiesa è un modello di vita, è un riferimento costante per chi vi si affida. Può un modello perdere di attendibilità e farsi trascinare dai confusi ma reali accadimenti della vita terrena?
C'è un contrasto insanabile a mio avviso nel voler conciliare le esigenze fortemente individuali della persona con il messaggio universale e, di conseguenza, giustamente unico del Clero. Le forze centrifughe che guidano inconsciamente l'uomo, contrastano con la Fede centripeta che mantiene il vero credente teso verso Dio.
Da questo asintoto si genera secondo me una virtuosa purezza di cuore che, in quanto vera e non alibi, può riscattare il peccatore riavvicinandolo alla riconciliazione.
Su questa convergenza asintotica, a mio avviso, la Chiesa può trovare spazi di apertura attraverso i quali ridurre la distanza con gli "emarginati", allo stesso tempo modernizzando il proprio rapporto con la Società civile, troppo radicata nelle sue manifestazioni evolutive per non essere ascoltata ed eventualmente rispettata.

6.10.05

I paradisi artificiali

Sempre più spesso emerge un inquietante uso da parte di giovani e non di sostanze stupefacenti. Soprattutto la cocaina è stata inglobata nei normali costumi di parte delle masse giovanili, quale corredo di esperienze quotidiane volte all'euforia e al divertimento di gruppo.
Quello che accade è un progressivo venir meno dell'alone di negatività che questa ed altre sostanze portavano con sè in passato, fino ad una "normalizzazione" del loro utilizzo.
Non è facile per chi come me non conosce il grado di dipendenza che può determinare la droga, capire le motivazioni che spingono tante persone a proseguire in questa lenta discesa all'inferno bianco. Nutro un profondo rispetto per la loro assuefazione e la loro inconscia sofferenza.
Spaventa però soprattutto il numero di persone che sentono il bisogno di trovare appagamento in mondi artificiali, saturi del normale sentire quotidiano.
E' comunque colpa nostra, della società. Il disagio che aleggia intorno all'individuo è crescente, i modelli esistenziali a disposizione sono sempre meno e ancor meno sembrano quelli vincenti.
Non è sbagliato il cercare di essere vincenti (sfatiamo il luogo comune di chi è orgoglioso di essere un perdente...), è però fuorviante pensare che ci siano solo quei pochi modi per esserlo.
Essere adulati, piacere agli altri, fare o parlare alla moda. Quanto può essere difficile per un debole opporsi a questi diktat sociali. Povere basi culturali non aiutano a discernere il vero bene, e allora l'estasi data da un paradiso artificiale o finanche da un continuum di ricerca di conquiste sessuali, sembrano il meglio che possa venire dalla vita.
Non ho ricette. Capisco che chi si droga lo fa perchè non ha in sè le certezze e la maturità di capirne la devastazione mentale e sociale che ciò provoca.
Rinvio il compito agli educatori, alle scuole, ai giornali, alle persone più carismatiche di me. Su di loro sta la responsabilità di vigilare affinchè nella società calino messaggi positivi, puliti, sani.
Non è perbenismo, è lotta alle forme di cancro subdolo che stanno erodendo le coscienze più fragili.

23.8.05

Educazione artistica

Se dovessi dare un suggerimento nell'educazione dei figli, sarebbe quello di coltivare ed incentivare la loro sensibilità artistica.
Aiutarli ad avvicinarsi ai libri, al cinema e al teatro, alle esposizioni, alla musica rappresenta un investimento che torna negli anni dell'età adulta, quando la mente si ritrova allenata a recepire una visione poetica e profonda della vita, dei suoi valori od anche delle relazioni interpersonali.
A volte tendiamo ad accumulare i libri letti, i dischi o le pellicole, in un irrazionale bisogno di fare propria per sempre la sensazione di benessere mentale prodotta da un tal'opera su di noi. Ma in realtà non serve, è un di più: una musica, una sequenza visiva, un brano scritto, schiudono in noi boccioli cerebrali che rimarranno fioriti per sempre e che per sempre ci saranno d'aiuto per alimentare il nostro umano bisogno di passioni.

3.8.05

Istituzioni e Magistratura

Sono giorni in cui le prime pagine dei giornali sono riempite dai contenuti delle intercettazioni telefoniche compiute sui cellulari del Governatore della Banca d'Italia e di esponenti di spicco del mondo bancario e finanziario. Le trascrizioni delle intercettazioni sono filtrate dagli ambienti della magistratura, nell'ambito delle inchieste tuttora in corsa su recenti lotte fra cordate finanziarie per la scalata di grandi banche.
Ci troviamo costretti a chiederci: è più grave che la massima carica deputata a vigilare sul corretto esercizio dell'attività creditizia da parte delle banche italiane, risulti coinvolta in conversazioni quantomeno ambigue con una parte degli attori impegnati nelle lotte di potere per il controllo delle Banche, o che i verbali dei magistrati e la documentazione dagli stessi raccolta vengano passate sottobanco agli organi di stampa nazionali, turbando il normale svolgimento delle indagini?
Istituzioni e Magistratura sbandano pericolosamente, perdendo di vista il loro fondamentale ruolo super partes che dovrebbe essere di garanzia per il cittadino qualunque. Finchè in Italia non sarà restituito al rigore morale l'operato di Organi così importanti per il progresso di un Paese, non sarà possibile proporci sullo scenario internazionale come partner credibili e protagonisti della crescita della società civile.

24.7.05

Paura e coraggio

Ieri è stata una strana ed intensa giornata per molti a Roma.
Il risveglio al mattino era stato turbato dalle ennesime notizie di una strage targata Islam in terra d'Egitto, là dove cercano relax esotico moltissimi turisti occidentali. Cento morti, cento sogni che si infrangono spezzati dalle schegge delle bombe. Sposi in viaggio di nozze, addirittura gente scampata agli attentati di pochi giorni prima a Londra, che cercava relax a Sharm.
La tensione si è impossessata della nostra quotidianità. Quello che prima ci veniva spontaneo ed automatico compiere, la scelta di una metropolitana, l'acquisto di una vacanza, ora suscita inquietudine, paura. Perchè proprio a me....? Perchè no...?
Ma ieri a Roma era anche in programma il concerto degli U2. Molti di quei 70.000 spettatori andando allo stadio si saranno per un momento chiesti se andare fosse prudente. Roma: attendiamo la morte a giorni. Troppi nemici guadagnati in questi anni di muro contro muro, di sordità di fronte a gesti violenti, ma assordanti per quanto espressione di un popolo sottovalutato. Andando allo stadio, sfidando la paura e la sorte, camminando in mezzo ad una folla di giovani, di colori, viene in mente tutto questo. Che senso può avere ascoltare la musica in giornate aperte con il lutto.
Il senso però affiora ingenuo e potente. La voglia di pace, di serenità che è dipinta sul volto di questi ragazzi. Gente che affida ad un gruppo rock la sua voglia di pace, di vita. Nessuno di questi 70.000 ieri sera aveva a che fare con quanto sta succedendo. Camminano abbracciati, con coraggio, il viso arrossato da una domenica trascorsa al sole delle spiaggie di Roma o in fila fuori dai cancelli dello stadio. Ballano sulle sedie mentre la musica scorre potente, fumano, bevono birra. Per loro la vita è molto più semplice e bella della realtà che li soffoca fuori da quello stadio. "Pace!", gridano. Ed è vero, sono stanchi di sentire la morte attorno. Sono giovani, c'è tempo ancora per morire. Sprizzano vita ed amore dai loro occhi, dai loro vestiti pittoreschi. Si ribellano e, per una sera, il mondo sembra in pace sotto il cielo di Roma.

14.7.05

In memoria di un uomo semplice

Quando una persona muore, lascia un grosso vuoto. Quando a morire è una persona cara, il dolore è sordo. Quando la persona cara si era dimostrata di animo buono e aperto, solare e serena, generosa e per bene, la sua morte si conficca dentro di noi e svetta come esempio di vita e obiettivo quotidiano.
Anche la morte a volte può generare dolcezza.

12.7.05

Stragi

7 luglio 2005. I terroristi islamici seminano morte e panico a Londra. Un'altra New York, un'altra Madrid.
L'Occidente conta i suoi morti come se fossero gli unici di questa complessa guerra fra etnie. I morti che incupiscono i dorati marciapiedi delle metropoli occidentali, sembrano contare doppio rispetto alle vittime ugualmente numerose che insanguinano la sabbia delle strade d'Oriente, dove autobus e palazzi, anziani e bambini, saltano in aria con frequenza pressochè quotidiana, ma più silenziosa.
Le grida di vendetta dei leader occidentali suonano alte. Non sento però grida di cambiamento, non scorgo la voglia di cercare nuove diplomazie, di rilanciare un'ONU protagonista, non v'è traccia di un dialogo su cui lavorare.
Muro contro muro andiamo avanti con ottuso coraggio, verso nuove stragi.

4.7.05

L'arte di ascoltare

Viviamo un'epoca che premia le esternazioni. Parlare, scrivere, proclamare, arringare: sono tutti verbi dei nostri tempi, che traducono un bisogno incoercibile di comunicare, di dimostrare la nostra esistenza agli altri. Chi non parla, non esiste. Chi non dà forma esteriore al suo essere, vive una vita apparentemente inutile e vuota.
Questo accavallarsi di personalità svelate e gridate, toglie spazio all'ascolto. Perdiamo la capacità di ascoltare gli altri e soprattutto la sensibilità per comprenderli e per trovare nel loro esempio possibili spunti di arricchimento del nostro carattere.
Ma non parliamo forse tanto, perchè siamo in cerca di qualcuno che ascolti veramente? Non è il nostro un parlare al vento? Se soltanto si centellinassero le parole dette e si decuplicassero gli sforzi per apprezzare quelle degli altri, forse ne guadagneremmo in profondità di pensiero e di dialogo.

28.6.05

Cercasi maestro

La società evolve nella direzione verso cui ciascuno di noi la conduce. E' un movimento lento, impercettibile ma costante, implacabile. Simile alla colata di lava incandescente che rotola su se stessa lungo le pendici di un vulcano in eruzione.
Viviamo oggi la società del 2000: diversa da quella del precedente ventennio, ugualmente diversa da quella del ventennio precedente, e così via. In che cosa essa cambia? Gli studiosi potrebbero identificare mutamenti climatici, biologici, fisiologici, lessicali, sociologici, e via dicendo. Mi interessa soffermarmi sui cambiamenti che subiamo/causiamo in termini di morale, di costumi, di senso civico.
Sarebbe facile ed oltremodo semplicistico cogliere un decadimento dei gusti estetici e dei comportamenti, correlato al trascorrere degli anni. Vivere la società moderna implica doversi confrontare con un substrato culturale e storico assai complesso, in presenza di profondi mutamenti politici e grandi slanci di aggregazioni/disaggregazioni etniche e geografiche.
L'Italia, e con essa molti Paesi europei occidentali, vive un'epoca di forti contrasti sociali: gli imponenti flussi di immigrati, la crescente disparità fra i ceti ricchi e quelli medi-bassi, la contrapposizione tra dinamiche centrifughe aggreganti (l'europeismo) e la strenua difesa dell'autonomia nazionale e locale (la Nazione, la Regione), non sono che pochi dei violenti scossoni culturali cui veniamo sottoposti quotidianamente.
Trasformazioni così profonde richiedono un forte senso dell'equilibrio da parte dell'uomo, unità minima essenziale di questo macro-processo in atto. L'uomo, con il suo patrimonio genetico, familiare, culturale, è chiamato ogni giorno a porre in essere centinaia di decisioni e comportamenti che, volontariamente o non, fanno la nostra storia sociale.
All'interno dell'uomo risiedono soprattutto valori morali e senso civico: non importa qui se essi trovino estrinsecazione in un credo religioso o in una fede politica. Ciascuno di noi dovrebbe mettere a disposizione della Società un minimo comun denominatore che sia da fondamenta per un percorso sano, costruttivo e virtuoso.
Eppure, cosa manca oggi?
Assistiamo allo strapotere del dio denaro, che tutto muove e tutto determina. La televisione, i giornali, la politica, il commercio e, purtroppo, spesso l'arte e la cultura, operano con tale unico obiettivo: vendite, audience, pubblicità, numero contatti, potere, etc. Leggiamo giornali che pubblicano di tutto, notizie utili ma anche quelle sostanzialmente inutili o destinate a lettori voyeur che pagano per leggerle; assistiamo a programmi televisivi che plagiano gli spettatori con "droghe" apparentemente innocue fatte di risate trash, personaggi da baraccone, luoghi comuni ripetuti all'infinito, erotismo da audience, esibizionismi di attricette o attorucoli a dir tanto.
Dove è finito il giornalismo asciutto, essenziale, che faccia riflettere, che si ponga il dubbio se una notizia faccia o meno il bene della Società? Tornerà mai una televisione e un cinema che non siano solo mezzi di svago o di raccolta pubblicitaria, ma si pongano quali strumenti di esercizio per la mente?
Le regole morali, il senso civico non dovrebbero venir meno in alcun modo, anche laddove potrebbero andare a scapito dei ricavi.
Noi europei disponiamo di radici culturali solide, di nobili letterati classici, di illuminati avi fra i filosofi, stiamo progressivamente appiattendoci sul mondo in plastica degli americani, sul mondo delle banconote, del business a tutti i costi, delle brutte mode e dei cattivi costumi, della comunicazione di massa, della mercificazione del nulla.
Chi di noi ha più il coraggio di imporsi uno stile di vita che prescinda dai dettami del branco cui appartiene? Chi ha più il coraggio di prescindere dallo status sociale e di sposare le cause dei più deboli? Chi si preoccupa di insegnare i valori basilari alle frange più emarginate della società? Chi di noi ha la forza di far nascere un movimento o una scuola che muova in quella direzione? Chi di noi cede il passo al prossimo?
Cerco il coraggio di qualcuno che inverta la rotta, che si prenda sulle spalle la fatica di dialogare con i giovani per allontanarli dall'illusoria euforia dell'edonismo e della ricchezza, che difenda la vera manifestazione artistica, la vera cultura, la società sana, qualcuno che soprattutto ci educhi avendo non la presunzione ma giusto titolo per farlo.
Dove può andare una società senza maestri?

Quando esce un tuo libro

Da pochi giorni è sul mercato una mia raccolta di racconti (Giri di Giostra - Gruppo Edicom Ed.).
E' il frutto di un lavoro svolto fra il 1998 e il 2003 ed il cui risultato, visto con gli occhi di oggi, mi soddisfa. Pubblicare qualcosa: lasciare qualcosa di se stessi, qualcosa che resta mentre tu passi e vai. Non aspiro ad alcun risultato di vendite. Mi basta aver provato questa sensazione, di dare senso compiuto agli sforzi fatti per afferrare qualcosa che sembra agguantato ma che, all'ultimo, sfugge sempre di mano: il senso della vita. Sono storie semplici, minimaliste e, per questo, spero universali. Le cose più semplici sono quelle di tutti. Volevo scrivere un libro che fosse per tutti.
Ma non mi esalto: è soprattutto una prova per confrontarmi con me stesso nel mestiere di scrittore. Prova superata? Certamente mi dà gli stimoli per andare avanti cimentandomi con un romanzo breve. Difficile dire quando potrà vedere la luce; comunque lo porterò a termine. Un'altra storia semplice, che parla della lotta fra istinto e ragione.

23.6.05

Dove va il cinema?

Non mi considero un esperto di cinema ma un appassionato sì.
Non saprei ricostruire a memoria le cinematografie di questo o di quell'autore, non ho in dote una memoria che mi aiuti a trattenere nel tempo le trame delle pellicole viste, nè soprattutto saprei interpretare un film traendone spunti stilistici, tecnici o comparativi.
Mi considero però un appassionato: nel senso che il posizionarmi davanti ad uno schermo per seguire lo sviluppo di una trama per due ore circa, mi suscita appunto sentimenti di passione, di sincera emozione e trasporto. Da qui, il gusto nel recuperare le copie dei film dei registi preferiti o i libri ricchi di critiche e fotografie: tutto questo per fare quelle immagini mie per sempre.
Da appassionato, incontro tuttavia sempre maggiori difficoltà nel trovare soggetti realmente coinvolgenti e che soprattutto mi emozionino. Troppo spesso il progetto di un film sembra studiato a tavolino per cogliere ben precisi obiettivi, siano essi di commercializzazione, di intellettualismo o di un misto dei due, che forse è la cosa peggiore.
I film sembrano così tutti perfettamente classificabili: c'è la commedia a sfondo romantico, quella a sfondo comico-demenziale, c'è il thriller, c'è l'horror, c'è la cinematografia orientale con i suoi melò molto curati ma spesso molto noiosi, c'è la cinematografia italiana ormai cronicamente convergente su prodotti-fiction di ambientazione borghese e di stampo para-televisivo.
Ovvio, è abbastanza logico che un film trovi una sua catalogazione da parte della casa che lo produce o da parte della stampa che lo presenta. Ma il tutto sembra quasi che avvenga a priori, in modo preconfezionato. Ciò pregiudica la naturalezza della sceneggiatura e soprattutto ne penalizza i contenuti, che si appiattiscono su schemi ripetitivi.
Non amo particolarmente il cinema americano di questi ultimi anni. Mi irrita il sottofondo moraleggiante che lo caratterizza, mi irritano i luoghi comuni di cui è zeppo, i dialoghi mai naturali ma sempre enfatici e recitati/doppiati a ritmi frenetici. Ugualmente mi infastidisce l'abuso di piani temporali sovrapposti e di un ermetismo artificialmente volto a mantenere desta fino alla fine la suspence dello spettatore, così però confondendolo con mille dettagli inutili che allentano la tensione emotiva. La suspence come surrogato di una trama evidentemente non troppo avvincente in sè.
Mi piacerebbe invece vedere storie molto lineari, semplici nello sviluppo narrativo ma profonde e complesse nei sentimenti e nelle atmosfere che le animano. Vorrei appassionarmi alla vicenda (in fondo un film deve raccontare una vicenda) senza dovermi scervellare per fare faticosi collegamenti fra minuziosi dettagli sparsi ad arte fra i metri del film.
Vorrei che potesse ancora nascere qualche grande regista, un altro Hitchcock, un altro Renoir, gente che faccia la storia del cinema, che racconti grandi storie e che non si limiti ad esercizi di stile od a costruire macchine da soldi.
O meglio, il cinema continuerà sempre a produrre film che portino soldi, perchè è di soldi che si nutre. Una volta però con i soldi gli spettatori compravano belle storie, trame coinvolgenti e poetiche, energie di lotta e slanci di impegno sociale; oggi acquistano prodotti senza coraggio, fiacchi nell'impegno del regista e dello sceneggiatore e, di conseguenza, fiacchi nelle emozioni che suscitano.

21.6.05

Per iniziare

Finalmente capisco dove indirizzare veloci riflessioni che altrimenti rinuncerei a ricordare.
Riflessioni che possano interessare altri; niente personalismi quindi!