16.12.13

Lei non sa chi sono io!

Una delle doti che va scomparendo nella nostra società e l'umiltà.
È sempre più difficile trovare persone che abbiano il coraggio di mostrarsi con i propri limiti o che rinuncino ad apparire vincenti e senza difetti.
Porsi con umiltà significa mostrarsi per quello che si è, senza maschere ed esibizionismi.
D'altra parte, ad un mondo che sempre più giudica sulla base delle apparenze, chi ha interesse a squalificarsi facendo un passo indietro?

15.8.13

Sassi in mare

Osservo mio figlio fare il bagno in mare. Con un paio di ampi occhiali da sub indosso, lancia lontano davanti a sé un  sasso dalla forma curiosa e si tuffa poi per cercarlo e recuperarlo.
Nella gioia di vivere dei bambini è celato il nocciolo della vita.

9.8.13

Strada regionale Pontina

La strada Pontina collega Roma a molte località del basso Lazio, risultando un’arteria molto trafficata da chi ha necessità di raggiungere le principali località di mare a sud di Roma (ad es. Torvaianica, Lavinio, Circeo, Terracina). Il risultato è che, soprattutto in estate, essa risulta di frequente congestionata dal traffico, costringendo innumerevoli famiglie e bambini a code estenuanti sotto il sole.
Ebbene, dopo decenni di questa situazione, ancora nessuna Giunta comunale o regionale ha saputo concretizzare un piano per riqualificare tale strada, che appare realmente abbandonata a se stessa. Ed anche i romani la affrontano ormai con comprensibile rassegnazione.
Ed alla notte poi, il suo tracciato risulta alquanto scomodo, essendo la strada molto stretta, con lunghi tratti senza corsia di emergenza e con un’illuminazione pressoché assente, cosicché il rischio di incidenti risulta altissimo (le statistiche sono evidenti in tal senso).
Ma nessuno dice o fa niente. Nessuno grida o scrive o si ribella. E riescono fuori i soliti luoghi comuni sulla malavita organizzata che presidierebbe il territorio, devastato da abusi edilizi e campi in stato di abbandono. Lì tutto si è fermato agli anni ’30.

2.8.13

Aiutate la nostra memoria

Con il passare degli anni, ci troviamo a dover gestire un crescente numero di password e codici segreti nell'espletamento delle nostre attività quotidiane, sempre più basate su sistemi automatizzati ad accesso protetto.
La tecnica che avevo adottato anni fa, di utilizzare sempre la stessa password così da ridurre lo sforzo mnemonico, è naufragata quando le menti perverse degli addetti alla sicurezza informatica hanno iniziato a sbizzarrirsi con i requisiti minimali che ciascuna password doveva rispettare. Hanno fatto la comparsa prima il numero dei caratteri, poi il tipo di carattere, quindi si sono aggiunti i caratteri speciali , in un crescendo di nonsense lessicali di ardua memorizzazione.
Arriva infine un momento della vita in cui la memoria inizia a vacillare e a metterci di fronte a ansiosi tentativi di accesso ad un portale, con la angosciante prospettiva di trovarci improvvisamente monchi dei nostri dati custoditi al sicuro del misterioso mondo dei server.
Ci sono argomenti banali (un altro e' quello degli spinotti dei caricabatterie che utilizziamo quotidianamente) sui quali sarebbe auspicabile un intervento legislativo volto a facilitarci la vita, già di per se' molto complicata.

30.7.13

La grande bellezza

L'ultimo film del regista Sorrentino colpisce. Esco dal cinema con questa impressione di sintesi, il che non vuol dire che mi sia incondizionatamente piaciuto.
Pero' è un'opera che si presta ad essere assimilata secondo diverse prospettive. Un percorso legato alla città di Roma, ma anche una più universale evoluzione involuzione della natura umana alle prese con il disfacimento della società e dei suoi valori, o ancora una riflessione caustica sulla perdita di spessore dell'arte nell'epoca edonistica moderna,  fino ad una lettura quasi religiosa che porta lo spettatore a riflettere sul senso dell'esistenza e sulla morte.
Il personaggio dello scrittore in crisi creativa, interpretato da un gigantesco Toni Servillo, è il cicerone che ci guida in questo intreccio di strade a tratti quasi infernali nella corruzione morale che le contraddistingue. Mentre seguiamo il suo vivacchiare di festa in festa succube del desiderio di mondanità e di visibilità che lo ha portato a Roma, ci imbattiamo in una galleria di personaggi che lui stesso definisce il "niente", ma che al pari di Flaubert, esplora senza successo in cerca di sprazzi di verità assoluta su cui scrivere, in cerca appunto della grande bellezza.
La miriade di spunti, di scorci affascinanti di Roma, di soluzioni cinematografiche e di soggetti felliniani (un omaggio al suo "Roma"?), ci trasporta per due ore e mezzo in un mondo che ci sembra surreale, ma che a guardar bene è il quotidiano che ci avvolge quando usciamo di casa.
Sorrentino esagera forse con la ricerca del nudo a tutti i costi, con una lettura del potere ecclesiastico troppo tagliata con l'accetta, con un suo poco celato snobismo registico, con un "macchiettismo" cui manca il senso della misura di Fellini. Se fosse risultato più asciutto, meno denso di stereotipi, il film poteva essere un capolavoro. Non lo è, ma obbliga a riflettere e questo è già molto.

25.7.13

L'Hiroito di Sokurov

Non sono un critico cinematografico. Non mi interessa esserlo. Amo molti film che sono classificati come spazzatura dagli esperti e faccio fatica ad apprezzarne altri, che godono invece di un plauso pressoché generale. Il mio metro di giudizio è legato essenzialmente alle emozioni che mi produce una visione e all’originalità della trama o più semplicemente del soggetto.
Spulciando qualche recensione del film “Il Sole” del russo Sokurov, mi imbatto in pareri contrastanti. Almeno stavolta sarò d’accordo con qualche critico..!
Il film racconta (mai termine potrebbe essere più appropriato) la resa dell’imperatore Hirohito alla potenza americana nella seconda metà degli anni ’40, quando gli USA si opposero con forza imponente alle malefatte del fascismo, del nazismo e, appunto, del “divino” impero giapponese.
Il personaggio di Hirohito, verosimile o meno che sia, è magistralmente raccontato dal regista, che dipinge la crisi umana e di identità di un uomo abituato ad essere trattato come un Sole ma sempre più consapevole dei suoi limiti umani. Il dio lascia spazio all’uomo, con i suoi tic, i suoi acciacchi di salute, i suoi hobby, la sua mitezza. I dialoghi con il comandante delle forze statunitensi sono molto emozionanti in questo senso. Ciascuno dei due commosso dalla statura dell’altro e comprensivo verso i difetti dell’altro.
Un film noioso? Forse. Un film poco veritiero? Forse. Un film snob? Forse. Però certamente un film che riesce ad entrare nella grandezza della natura umana e che allo stesso tempo ne coglie tutte le fragilità. Un film sulla dignità. Lo rivedrò spesso, penso.

23.7.13

Il pavone di San Pietroburgo

San Pietroburgo è indubbiamente una città affascinante, ricca di opere d'arte e luoghi da non perdere.
Personalmente, conservo il ricordo di qualcosa di inaspettato, scoperto all'interno del museo Hermitage, famoso per le innumerevoli collezioni di oggetti preziosi, quadri, reperti storici, arredi del periodo degli zar, etc.
In una delle sue splendide sale - resa scintillante da una miriade di lampadari dorati e sulla quale affaccia un grazioso giardino pensile - trova posto all'interno di una bacheca, anch'essa dorata, un sofisticato orologio meccanico.
Si tratta di un complesso interamente in oro che raffigura in grandezza naturale un pavone svettante in cima ad una pianta, con animaletti vari e funghi che ornano il terreno e i rami. Le ore sono leggibili all'interno di un fungo, i minuti ed i secondi vengono scanditi dal corpo di una libellula.
Grazie ad un preziosissimo meccanismo, al momento dello scandire delle ore, l'orologio prende vita con movimenti fluidi e delicati, svelando allo spettatore la celebre coda aperta dell'uccello, il movimento sinuoso del suo collo ed un'agile rotazione a 360 gradi per farsi ammirare. Tutto ciò lo scopriamo soltanto da un video posto accanto all'opera, perchè l'unica esibizione "dal vivo" ha purtroppo cadenza mensile e per pochi fortunati.
Eppure, è impossibile restare indifferenti di fronte a tale incanto. Oserei dire che al di là della perfezione tecnica, emoziona soprattutto immaginare la passione dell'autore nell'ideazione e realizzazione di una simile ed inimitabile opera.
Già questo, da solo, meriterebbe un viaggio nella città russa. 

5.7.13

Fiori nel buio

Una pianta in fiore illuminata da un lampione, fa nascere una seconda primavera nella notte.

28.6.13

Rinascite

Con il cuore semplificato, tocco il germe della felicità, è in boccio. E qualunque dolore possa aver provato prima muore semplicemente dentro di me.

(J. Bolton)

24.6.13

Lo zoo d'Abruzzo

In Abruzzo, non distante da Pescara, si trova un piccolo zoo che merita una visita.
Nonostante la brochure pubblicitaria lo presenti con tratti analoghi a quelli di molti parchi divertimenti, una volta sul posto colpisce subito la sua dimensione artigianale e a carattere familiare. I proprietari, una folta famiglia proveniente dall'est europeo, hanno raccolto in un appezzamento con pochi alberi, un discreto numero di animali che esibiscono orgogliosamente. Il tutto corredato da semplici svaghi per i bambini e da un "self service" che ricorda piuttosto un furgone alle feste di paese.
Soprattutto, la visita a questo zoo è inframezzata da piccoli spettacoli con gli animali, che vengono mostrati in onesti numeri di addestramento circense. Gli splendidi cavalli arabi o le simpatiche foche od ancora i fantastici numeri con gli elefanti, lasciano un sapore di vero, di antico, che colpisce bambini ed adulti.
Alla fine la giornata scorre veloce e andando via, resta la piacevole sensazione di portar via con se' un frammento di ricordi d'infanzia.

22.6.13

La società perfetta del camping

Tornando ad alloggiare in un campeggio dopo quasi trent'anni, mi accorgo che tale forma di aggregazione sociale ha tenuto molto meglio di tante altre.
La' dove è ormai tangibile un disfacimento di regole e valori, dalle città, al mondo degli affari, persino alle famiglie, il camping si propone invece come una realtà dove regole di comportamento scritte e non, trovano ancora un significato reale.
Il rispetto del prossimo, del vicino di "casa", degli orari di silenzio, dell'uso dei servizi comuni, dei bagni, delle docce, della pulizia, qui sono ancora valori veri che si è tenuti a rispettare. In campeggio si vive realmente gli uni a contatto degli altri e si sente di doverlo fare osservando le dovute regole per non subire le critiche di chi ci sta vicino. Non ci si può confondere e mimetizzare come la grande città ci permette di fare.
E il campeggio è governato da una Direzione che dirige, che sovrintende alle maestranze, che amministra le risorse con l'oculatezza del buon padre di famiglia ma con il vigore e la fermezza di un comandante di altri tempi. Tutto fila alla perfezione, in un ingranaggio in cui i "cittadini" hanno chiare le regole e non vi si sottraggono con ignobile furbizia.
Una comunità elementare dove si vive a stretto contatto, anche igienico, ma che restituisce il più alto significato al concetto di prossimo e di rispetto.
Andrebbe studiato, il campeggio. Andrebbe frequentato almeno qualche volta nella vita. Andrebbe imitato, andrebbe ammirato.

10.6.13

L'ecologia della coscienza

Mi è capitato di ricevere una email con la quale mi veniva proposto di partecipare ad un'indagine statistica in tema di rispetto dell'ambiente.
Come incentivo alla compilazione veniva prospettato un certo numero di pernottamenti presso un hotel a scelta fra vari. Ovviamente solo alla fine della compilazione sono venuto a scoprire spese obbligatoriamente da sostenere per i pasti e per il recapito del voucher.
Premetto che capisco il valore dei temi collegati alla tutela ambientale e che ammetto una mia grave indolenza al riguardo.
Tuttavia mi chiedo perché mai analoghe indagini o campagne culturali non vengano portate avanti con analoga insistenza per promuovere valori come l'onestà e  il rispetto del prossimo, valori che se adottati consentirebbero un grande salto di qualità alle nostre esistenze.
Mi deprime invece concentrarmi su un nobile questionario di ecologia, che mi viene proposto da qualcuno che mostra così poco rispetto per la mia natura di essere umano. Valgo meno di un albero?

31.5.13

Il paese Earth

Sono sempre stato molto critico verso le forme di aggregazione socio-economico o geografiche ispirate da dimensioni ristrette e riduttive. La famiglia, la città, finanche il quartiere, il Paese. Mi sta stretto sentirmi definito in quanto parte di un raggruppamento socio-organizzativo di persone (senza sfiorare ovviamente in questa sede, l’aspetto affettivo ed emotivo, che ovviamente caratterizza e dà estremo valore ad un legame familiare).
Parlo invece della dimensione puramente di organizzazione sociale, che fa sì che ogni essere umano tenda a sentirsi quasi paladino del raggruppamento cui appartiene. Quante volte difendiamo con i denti privilegi di cui può disporre il nostro nucleo familiare e non ci curiamo di un disagio presente invece in un altro nucleo? O ancora, con quanto accanimento e patriottismo (che vecchiume etimologico...!) difendiamo con veemenza usi e comportamenti del nostro Paese, criticando e quasi osteggiando quelli di una nazione “rivale”? Od ancora, non è forse costume che gli abitanti di un quartiere ne elogino i pregi magari sminuendone i difetti, ed allo stesso tempo si scaglino contro altri quartieri in possesso di caratteristiche sociali o culturali diverse?
Mi sembra invece che sia molto meno diffuso l’orgoglio di essere abitanti della terra, lo sforzo di difendere con tenacia il progresso civile che l’uomo ha perseguito nel mondo, il coraggio di vedere se stessi nell'altro. Con campanilismo quasi calcistico, i Paesi si confrontano e si osteggiano a livello politico, incapaci di trovare una sintesi nell'interesse della collettività tutta. Ugualmente, gli uomini danno il meglio di se stessi all’interno della propria casa (e non sempre...) e poi si proiettano nel mondo esterno con un’avversità viscerale verso gli altri simili. O penso all’obsolescenza dei confini geografici, delle dogane. Al razzismo di una città del nord verso una del Sud o viceversa.
E se tutto saltasse, se si potesse passare dall’Italia all’Austria senza avere alcuna visibilità di un'insegna che sancisca tale passaggio? E se l’Italia e l’Austria cambiassero nome e, magari insieme agli altri Stati, ne adottassero uno comune (che so, world, earth o simili). Allora verrebbero eletti organismi politici transnazionali. Le zone a minore ricchezza di risorse troverebbero fondi per lo sviluppo nelle economie più fortunate. Le razze si integrerebbero più facilmente. In ognuno di noi ci sarebbe l’orgoglio di sentire nostri tanto il monte Everest che le cascate del Niagara, la foce del Nilo e, perchè no, i suggestivi cieli dei Poli.
Una grande, enorme utopia la mia, che mi aiuta però a pensare che se soltanto l’uomo lo volesse, potrebbe sentirsi molto ma molto più libero e felice.

25.5.13

La guerra degli U2


Ricordo il 1983 non solo come l'anno in cui ho raggiunto la maggiore età, ma anche quello in cui è stato pubblicato dalla rock band U2 il disco "War".
A riascoltarlo oggi, mostra ancora integra la sua potenza innovativa, la sua creatività, il giusto compromesso fra liricità e impatto commerciale. Una sequenza di pezzi che alterna brani poi entrati nella storia del rock (Sunday Bloody Sunday, New Year's Day, su tutti) ad altri la cui freschezza stupisce ancora oggi dopo trent'anni (Like a Song, Surrender).
Un disco che va riascoltato sempre. Un gioiello per guardare avanti.

22.5.13

Angeli armeni


Sto leggendo "I quaranta giorni del Mussa Dagh" di F. Werfel. Una corposa ricostruzione epica e romanzata di un episodio di resistenza armena contro le iniziative di deportazione e sterminio avviate dal governo turco nel 1915. Ne trascrivo un passaggio:

Ci sono due sorta di uomini. Gli uni sono gli animali umani, miliardi! Gli altri, gli angeli umani, saranno mille, o nel migliore dei casi diecimila.
Agli animali umani appartengono anche i grandi del mondo, i re, i politici, i ministri, i generali, i pascià, così come i contadini, gli artigiani, gli operai. [...] Hanno in mille forme una sola occupazione: fabbricare fango! Perché la politica, l’industria, l’agricoltura, l’arte militare, tutto questo è forse altro che fabbricazione di fango, per quanto essa possa essere necessaria? Se tu togli il fango all’animale umano, nella sua anima rimane la cosa più terribile, la noia. Egli non regge più con se stesso. E da questa noia viene tutto il male, l’odio politico e la carneficina.
Negli angeli umani invece vive l’entusiasmo! [...] L’entusiasmo degli angeli umani è la stessa cosa che il cantico degli angeli veri [...]. Ci sono angeli umani che tradiscono se stessi, che vengono meno a se stessi. Ma per questi non c’è misericordia, non c’è grazia. Ogni ora si vendica su di loro…

17.5.13

I nostri limiti

Là dove incontriamo una resistenza invalicabile a procedere nei nostri intenti, è là che difetta la nostra volontà ed inizia la nostra debolezza e finanche la nostra vecchiaia.

15.5.13

Modi di viversi

Viviamo stritolati dall'egocentrismo del prossimo, che ci sottrae l'effetto benefico di cui potremmo invece godere se ciascuno di noi vivesse con interesse reale per l'altro.
Quindi, si tratta di una lotta continua per difendere i nostri spazi, i nostri valori, il nostro modo di essere da quello che gli altri cercano a loro volta di far prevalere o di imporre.
Vincono, allora, coloro che risultano più spregiudicati, arroganti, prevaricatori, superficiali, perché non incontrano limiti nel loro temperamento per condurre in porto vittoriosi questa battaglia.
Ben più faticosa è invece la condotta per chi si attiene alle regole antiche dell'onore e della dignità del proprio vivere.

7.5.13

Lo sport fa bene

Su un aereo, osservo un passeggero che si dedica alla lettura di un quotidiano sportivo. Penso che perdersi un’ora fra tante notizie di limitato impatto esistenziale, giovi al benessere personale più di quanto si possa credere.

3.5.13

Romana vita mondana

Mentre percorro una strada romana in un tiepido pomeriggio di inizio primavera, capto una conversazione telefonica di una passante che sta proponendo al fidanzato/marito di partecipare insieme ad un aperitivo serale a Fregene (modaiola località balneare, prossima alla Capitale), al quale è stata invitata poco prima da un'amica.
Tiro avanti inorridito da tanta necessità di omologazione.

Castelli

Tolse la tovaglia cerata che proteggeva il tavolo di legno. Una piccola piega poteva essere insidiosa per l’equilibrio strutturale. La mamma sarebbe tornata entro un’ora, gli aveva detto, e lui aveva deciso di approfittarne per erigere il più alto castello di carte da gioco che fosse mai stato realizzato.
Entrò nella sala da pranzo e da un antico cassettone estrasse quattro mazzi di carte. Erano quelle dei grandi, rosse e nere, consunte dalle interminabili partite serali dei genitori con gli amici. Meglio se un po’ rovinate: i bordi ispessiti ne avrebbero migliorato la stabilità. Tornò in cucina e si mise all’opera.
Disponendo le carte l’una perpendicolarmente all’altra, la struttura iniziò a prendere forma. Quando aveva visitato Parigi con i suoi genitori, la Tour Eiffel lo aveva particolarmente affascinato e in seguito ne aveva spesso immaginato i lavori di costruzione, che pezzo dopo pezzo, avevano dato forma ad un’arcata, a un piano, ad un fregio. E aveva sorriso al pensiero dello stupore dei visitatori che avevano potuto festeggiarne l’inaugurazione.
Le carte si appoggiavano le une alle altre. Paretine verticali inframezzate da montanti obliqui e da coperture simmetriche. Le piccole mani si muovevano con sapiente prudenza, appoggiando ogni carta con la leggerezza del posarsi di una farfalla su un fiore.
Un piano, due piani, tre piani. Arrivò un momento che la torre era troppo alta per lui. Con difficoltà avrebbe potuto aggiungere ulteriori piani. Salì allora su una sedia per una prospettiva da adulto. Ebbe così la possibilità di aggiungere altri quattro livelli. Spesso tratteneva il respiro quando una carta scivolava dalla sua posizione originaria, e trasaliva per la paura che ne urtasse un’altra a sua volta portante, rischiando di far venir giù tutto in un fragoroso crollo.
Infine completò l’opera, posizionando due carte appoggiate in verticale, l’una contro l’atra, a formare un tetto. Tutto sembrava reggere. Con delicatezza scese dalla sedia e l’allontanò dal tavolo spostandola nei pressi della finestra. Poi vi si sedette, rimanendo qualche minuto fermo in silenzio ad ammirare la sua opera, la sua Tour.
Fu la mamma che tornando a casa, nello spalancare la porta al vigore di una giornata ventosa, causò un improvviso turbinio di picche e fiori, di regine e di fanti, scatenando il più frusciante e colorato dei crolli. In un attimo la torre trasmutò in un variopinto tappeto plastificato, mentre il bambino assisteva attonito al nuovo panorama. Non ascoltò le scuse accorate della donna, ma si chinò in terra con pacata rassegnazione e, una volta ricostituiti i mazzi, riprese a posizionare con delicatezza e pazienza le carte secondo un criterio già sperimentato.

23.4.13

Un vetro specchiato

Un vetro, specchiato da un lato, divide gli adulti che vedono e faticano a fantasticare, da quello dei bambini che, non ancora in grado di vedere, restano immersi nei loro sogni fragili e tessuti di puro.

22.4.13

Perdonate l'idealismo

E' tangibile la sensazione di vivere in un mondo che anno dopo anno si fa sempre più complesso, più difficile nei suoi meccanismi di sopravvivenza, e nel quale si diffondono in modo incontrollato comportamenti devianti, criminosi, immorali. Dove la sete di denaro e di successo personale sempre più forza l'uomo a scegliere strade al limite della legalità o impervie sul piano della rispettabilità.
Con slancio idealistico bramiamo un ritorno alla semplicità. Il desiderio di recuperare piena fiducia nello Stato, nei politici, nelle persone, nel prossimo. Un infantile bisogno di tornare alle origini della società, di riscoprire l'umiltà, la semplicità, la riservatezza, i toni misurati e i modi raffinati ma non più edulcorati dal lusso dell'avere tutto e troppo. 
Ci vorrebbero folle di esseri illuminati, che con il loro esempio ci riportassero a cercare noi stessi dentro l'altro. Che si nutrissero di fertile idealismo e che dispensassero parole solide come pietre miliari, su cui far camminare la gente, mai così smarrita come oggi.

16.4.13

Le comunità virtuali (o "social network")

Mi spiace ma non riesco ad appassionarmi ai social network.
Chi li vuole elevare a segni del progresso, sostiene che essi, in quanto comunità virtuali, favoriscano una veloce ed efficiente comunicazione (giornalistica, sociologica, culturale in genere).
Ma sfido chiunque a trovare, in un gruppo di cento utenti, più di quanti ne contino due mani che siano interessati ad un uso intelligente dello strumento.
Invece, l’uso che ne facciamo è per raccontare i micro fatti insulsi della nostra vita. Ci esibiamo in esternazioni finalizzate soprattutto a farci risultare il più possibile simpatici, originali, divertenti, arguti, spiritosi, provocatori, originali, e via dicendo. Ci mettiamo in mostra nel tentativo di sentirci vivi e parte del giro “giusto” (cool, direbbero gli inglesi). L’umano bisogno di sentirsi “vincenti”.
Posso riconoscere che siano meccanismi di comunicazione che esercitano una forte attrazione sugli adolescenti, perché, per quanto pericolose e distorte, costituiscono forme di consolidamento della propria personalità sociale, di cui a quell’età si sente tremendamente bisogno.
Ma poi gli adolescenti crescono, ed eppure i trentenni, i quarantenni, ma anche gli ultracinquantenni, non resistono al brivido del palcoscenico virtuale: un palcoscenico però che affaccia sulla platea del nulla assoluto, dove il pubblico siamo noi stessi, a rotazione, che ci alterniamo nel ruolo di attore e spettatore, recitando un copione di nessun interesse e di assoluta vacuità.
Dietro tutto, la paura di essere ignorati, la preoccupazione di non esserci, di non suscitare altrimenti la migliore immagine di noi stessi. Perché dal vivo recitare è molto più difficile. Perché a voce tutto si sgonfia come un soufflè. Perché, se non abbiamo il conforto di chi ci invia un “I Like” o ci “tagga”, ci sembra di non esistere, anonimi come rischiamo di essere nelle nostre routine esistenziali di banali esseri normali.
Mi spiace. Piuttosto, amo molto le email, amo le lettere, amo soprattutto le conversazioni che si srotolano pigramente e con sincerità, davanti ad un the, ad un caminetto, ad un tramonto marino. Queste cose invece le amo.

21.3.13

Le vere rivoluzioni

Il neoeletto Papa Francesco esorta i fedeli a non aver paura della tenerezza e a considerare il servizio la vera ricchezza.
Poche parole che valgono molto di più di tante presunte rivoluzioni o di tanti falsi profeti.

12.3.13

La passione di scrivere

Mi imbatto in una frase di Kafka, che è emblematica della sua passione per lo scrivere e della difficoltà di trovare il tempo per farlo:

Tutto dentro di me è pronto per un lavoro poetico che per me sarebbe una soluzione divina e il vero modo di acquistar vita, mentre per colpa di una pratica così miserabile devo privare di un pezzo di carne un corpo capace di tanta felicità.

(Franza Kafka, Diari)

4.3.13

Il freno a mano

Mise in moto la macchina, ingrano' la marcia e premette il pedale dell'acceleratore. L'automobile fece per partire, accennando ad uno slancio in avanti. Ma resto' impuntata sul terreno come se un pugno di uomini la stesse trattenendo dal parafango.
Quando infine l'uomo si accorse dell'errore, abbassò subito la leva del freno a mano e l'autovettura sobbalzo' in avanti, per poi avviarsi con fluidità lungo la strada asfaltata. Da li', percorse chilometri e chilometri, fendendo silenziosamente l'aria e recando grande soddisfazione al guidatore.

25.2.13

Il karaoke di Bill Murray


"Lost in translation" è stato un ottimo film di Sofia Coppola, anno  2003. Ogni volta che lo rivedo mi lascia la stessa sensazione di freschezza e originalità della prima volta.
Ogni volta mi lascio emozionare dall'acerba storia d'amore fra i due protagonisti. Ed ogni volta mi commuove la scena del karaoke, in cui Bill Murray, stordito dal sonno e dall'alcol, canta con voce sbiascicata "More than this" (di Brian Ferry) ad una Scarlett Johansson ormai sedotta da lui.

22.2.13

Mode lessicali

E’ interessante come anche nel lessico che utilizziamo quotidianamente, tendano a trovare spazio modi di dire passeggeri e legati a vere e proprie mode. Mi vengono alla mente alcuni esempi.
C’è stato un periodo in cui ci piaceva molto inserire nei discorsi qualche parola, magari estranea rispetto al contesto di un discorso, accompagnandola con l’indice e medio delle due mani, a significare che quella parola la si diceva tra virgolette… Tutti all’improvviso usavano le virgolette a getto continuo.
Oppure, tempo fa, per spiegare che un certo comportamento lo sentivamo o non lo sentivamo nostro, avevamo preso l’usanza di dire che era o non era “nelle nostre corde”, ciò facendoci sentire quasi artisti nelle nostre inclinazioni.
Oggi, mi capita spesso di sentire l’intercalare “lasciami dire” o “fammi dire”, per precisare che quello che stiamo dicendo sappiamo essere improprio o non totalmente corretto, ma che chiediamo che ci venga eccezionalmente passato.
Sembrerà strano, ma è come al ristorante, quando nei menù si diffusero via via piatti tipo il tirami su, la panna cotta, i pomodori pachino e la mozzarella di bufala, o il tortino al cioccolato con l’interno fondente.
Che strani esseri viventi che siamo..! Quanto c’è ancora di animalesco in noi nel volerci sempre riconoscere all'interno di un branco.



12.2.13

Papa Ratzinger come Celestino V

Con un colpo di scena degno del miglior cinema, Papa Ratzinger ha rimesso il suo mandato a far tempo dal 28 febbraio.
Non è facile fare un commento su un simile gesto; non dopo un pontificato come quello di Papa Wojtyla il cui epilogo ha raggiunto vette tipiche di un vero e proprio martirio per la causa, e dove il sostenere il peso della Croce ha assunto un significato di eccezionale profondità.
Se la si guarda da questo punto di vista, la decisione di Benedetto XVI appare poco condivisibile e segno di arrendevolezza di fronte ai segni profondi e dolorosi che su noi tutti porta l'incedere dell'età. Noi che peraltro alla più tenera età di 65 anni, spesso andiamo incontro al pensionamento con sincero sollievo. Vero è che un Papa dovrebbe essere espressione della massima dedizione alla missione salvifica attribuitagli dal collegio dei Cardinali. Ed allora il dubbio viene, è umano che venga.
Ma proprio nella sfera umana risiede la potenza rivoluzionaria di questo gesto, che offre al mondo intero e allo stesso Dio il segno della grandezza della debolezza umana. Il segno che nel progetto divino, la debolezza umana sia una componente integrante della sfera dell'esistenza tutta.
Papa Ratzinger ha accettato i suoi limiti, ha fatto un passo indietro. E forse in mezzo a tante omelie astratte e fondate su principi teologici di ardua comprensione, questo gesto da uomo è un bellissimo esempio di come nella vita anche un passo indietro possa avere una sua intrinseca e potente nobiltà. Un folgorante esempio di umiltà e di rifiuto del voler essere sempre i primi, invincibili, bramosi di potere e visibilità.

1.2.13

Cercasi idee

Se ne parla e se ne scrive molto, ma forse non sufficientemente: la disoccupazione giovanile è un problema serissimo, concreto ma forse ancora preso sottogamba. L’economia ristagna, permane un profondo stato di crisi economica, dei consumi e degli investimenti. Le aziende non assumono e concentrano i propri sforzi sul taglio dei costi e sull’espulsione dei dipendenti prossimi alla pensione. Questi ultimi, a loro volta, vengono disincentivati a lasciare il lavoro da una legislazione che si preoccupa di attenuare l’onere effettivamente spropositato delle prestazioni sociali a carico della Previdenza pubblica.
Il problema è molto complesso e molte sono le variabili sui cui occorrerebbe agire (ad es. massimizzare lo sforzo finanziario dello Stato verso iniziative che portino nuova occupazione; recuperare ingenti sacche di evasione fiscale e di false pensioni per recuperare fondi; agevolare le imprese che decidano di sviluppare nuovi segmenti produttivi in grado di assorbire forza lavoro, etc.). Mi limito ad osservare però come, pur in un quadro così cupo, non si respiri un’aria da emergenza nazionale, per effetto della quale tutte, dicasi tutte, le forze politiche e sociali, si impegnino su un programma straordinario super partes che produca idee innovative nel'unico interesse dei giovani.
C’è bisogno di idee per rilanciare i consumi e quindi gli investimenti delle imprese, idee per creare nuovi servizi a valore aggiunto da sviluppare su scala industriale, idee per sfruttare al massimo settori apparentemente solidi (turismo, moda, wellness, tecnologie innovative e altro ancora). Idee, idee, idee. Serve un gigantesco brainstorming che produca idee che facciano gradualmente ripartire lo sviluppo e con esso l’occupazione. Siamo un Paese che non pensa più, che si è adagiato su un benessere costruito negli scorsi decenni e che ora disperde risorse, energie mentali e politiche in sterili discussioni e lotte di potere.
Ed intanto vediamo con timore i nostri figli crescere troppo velocemente, andando incontro ad un mondo del lavoro che non è assolutamente pronto per accoglierli.

24.1.13

La colazione in albergo

Per lavoro mi capita con molta frequenza di consumare un pasto in un ristorante senza compagnia.
Eppure non ho mai provato il disagio che avverto al mattino nelle sale colazione degli alberghi.
La colazione è infatti un momento molto intimo, in cui trasportiamo gli effetti di un duro risveglio, l'abbigliamento informale ancora casalingo, lo sguardo nudo di chi non ha ancora indossato la maschera pubblica della giornata lavorativa.
Fare colazione in pubblico è come sbirciare qualcuno che dentro un bagno si lava le ascelle o si passa il filo interdentale. Terribile.

Amarsi

Il segreto della solidità di una coppia non e' soltanto nella comunanza degli interessi o nell'intesa su un piano istintivo, quanto soprattutto nella capacità di ciascuno dei due di sviluppare un affetto profondo, quasi di innamoramento, verso i punti deboli dell'altro.
La solita regola del trasformare una criticità in un'opportunita'.

18.1.13

Il valore di un uomo

Il valore di un uomo si misura dalle poche cose che crea, non dai molti beni che accumula.
(K. Gibran)

17.1.13

In camera oscura

Da ragazzo avevo imparato a sviluppare le pellicole fotografiche in bianco e nero e a stampare le immagini contenute in esse. In epoca di fotografie digitali e di microchip, i vecchi rullini in gelatina fanno quasi tenerezza al pensiero. Eppure, quei giorni non sono lontanissimi nel tempo.
Mi impadronivo del bagno padronale di casa oscurando la finestra con un pesantissimo plaid scozzese, che in agosto metteva quasi orrore a maneggiarsi. Avevo una lampadina rossa attaccata all’estremità di un filo, che irradiava una luce debolissima e per certi versi un po’ ambigua. Mi muovevo nella stanza respirando quell’atmosfera onirica che sentivo soltanto mia. Le bacinelle da sistemare allineate secondo la sequenza prevista dai bagni acidi di sviluppo, risciacquo e fissaggio. L’orologio collocato in modo visibile, per non perdere il fondamentale conteggio dei secondi. L’ingranditore per le stampe, collocato precariamente sulla tavoletta della tazza.
Ben presto nel bagno si diffondeva l’odore penetrante delle soluzioni, che andava a mescolarsi con l’aria calda e via via più viziata. Erano ore magiche, che volavano via in un niente. Le immagini si svelavano sul negativo, arrotolato all’interno di un cilindro nero impermeabile alla luce. E quando, allo scadere del tempo, ne estraevo il prezioso rotolino brunito, era irresistibile la voglia di scorgere controluce il risultato sfidando il pallido rossore che regnava nella stanza. Così come altrettanto affascinante era scorgere l’immagine che di secondo in secondo si formava sulla carta porosa immersa nella bacinella. Sollevandola con le grosse pinze dall’estremità gommosa, ero un’ostetrica che estraeva il neonato dal grembo della madre.
Emozioni che terrò con me per sempre. La quintessenza della gioia di vivere, che mai come a quell’età è così pura, profonda, gratificante.

16.1.13

La bella brigata


Rivisto, dopo moltissimi anni, un vecchio film francese dal titolo "La bella brigata", con Jean Gabin.
L'avventura di una cooperativa di spiantati che, vincendo un'ingente somma ad una lotteria, si lanciano in un progetto collettivo per l'apertura della trattoria Chez Nous.
Al pari di allora, ne sono uscito come dopo aver respirato a pieni polmoni una boccata di aria montana. Se non ci sofferma sull'ovvio anacronismo dei dialoghi o sulla ingenua caratterizzazione dei personaggi (il film risale al 1936 o giù di lì), la freschezza del tema e il fortissimo motivo sociale fanno riflettere su quanto il cinema abbia via via perso, con il passare dei decenni, in termini di poesia, semplicità e incisività. Un bellissimo e piacevole film, insomma.

15.1.13

Lotta per la sopravvivenza

Ci sono fatti della vita che possono improvvisamente modificare consolidate prospettive e abitudini, proiettandoci per sempre in una nuova realtà dove tutto appare da ricostruire.
Cambiano le gerarchie dei problemi e quelle di sogni ed obiettivi. Una solida angolazione di visuale è perduta per sempre, e ci mettiamo in cammino in cerca di un nuovo poggio dal quale provare a ritrovare i punti di riferimento sull’orizzonte.
Ma quello che prima era a destra ora lo scorgiamo a sinistra, dietro un’irta montagna. E quello che era davanti a noi si è misteriosamente posizionato alle nostre spalle, sì che soltanto torcendo il busto riusciamo a percepirne la presenza. Il basamento su cui fino a poco prima avevamo appoggiato sicuri la nostra persona, ci sembra di ricordarlo più basso, come se ora la nuova angolazione, per quanto per noi inusuale, fosse ad una quota superiore e la vista da lì più spaziosa.
E se cambiano anche gli obiettivi e le priorità è perché all'improvviso ci troviamo a dover pensare a noi stessi in un’ottica cui non eravamo abituati, quasi di atavico ritorno alle origini e di lotta per la sopravvivenza. Uomini primordiali che non hanno ancora spazio nella mente per dedicarsi ai frettolosi graffiti decorativi sulle pareti delle caverne, in quanto ansiosi di trovare sufficienti ciocchi da ardere e carne da cucinare.
Ed allora, in questa fase, credo che la cosa più saggia sia percorrere con cautela la foresta in cerca di buona legna asciutta da portare indietro con sé presso la dimora, per poi tornar fuori a scoprire pazientemente dove avranno deciso di ripararsi dal freddo belve e selvaggina, per dar loro la caccia.

3.1.13

Pudore o indifferenza?

C'è un filo molto sottile a separare la pudica ritrosia che abbiamo ad invadere la sfera personale dell'interiorità degli altri, e una istintiva indifferenza o pigrizia nel farlo.